— La Polidori, manco male! — mormorò la marchesa Flora, osservando una signora apparsa dianzi in un palchetto di seconda fila. — Volevo ben dire se non si faceva zittire un po’ lei!

— Ah sì; — rispose il commendatore Buonsanti. — La bella Didina!

— Bella? — ripigliò la marchesa. — La trovate bella, cavaliere?

— Io? no, veramente; dico quel che dicono gli altri. È uso di chiamarla «la bella Didina» ed io ripeto, tanto per intenderci, e senza metterci di mio nè sal, nè pepe.

— Confessate, — replicò la marchesa Flora, — che almeno un po’ di sale ci vorrebbe. Ne ha così poco in zucca, la Polidori! —

Il commendatore Buonsanti sorrise e s’inchinò approvando con tutto il busto, come s’usa a teatro.

— È strana questa usanza di giunger tardi, — entrò a dire la duchessa Serena, che non aveva preso parte alle mormorazioni della sua dama d’onore. — Pare una bella cosa, ed è così brutta! Che ne dite voi, cavaliere? —

Il commendatore trovò che la duchessa Serena aveva centomila ragioni; e allargò gli occhi e inarcò le sopracciglia quanto bisognava per quel numero spropositato.

— Sì, lo ripeto; — soggiunse, — centomila ragioni. Ma una mi basterà. Si è belle e riconosciute regine tra le belle, anche arrivando modestamente le prime. Cosa o persona che abbia un merito reale ed intrinseco, non ha bisogno di trombe e colpi di gran cassa. —

L’osservazione, così volgaruccia com’era, voleva un sorriso: e lo ebbe, in grazia della diretta allusione che l’aveva preceduta. A quel sorriso, a quel premio, il Buonsanti fece gloriosamente la ruota.