Perchè lo chiamavano cavaliere, se era commendatore? Per un vezzo, o lettori, per una quintessenza della moda. Pare una diminuzione, a tutta prima, ed è invece un accrescimento di dignità. La commenda, sì, mio Dio, la commenda sta bene al collo di un gentiluomo, e rompe piacevolmente quella uggiosa monotonia dell’abito di società: «bianco calzato di nero», come si direbbe in araldica. Ma il dare a uno del commendatore, a questi lumi di luna, è troppo poco, essendo troppi i commendati. Voi osserverete che di cavalieri ce n’è dieci e venti volte di più. Sì, veramente, son numerosi come le cavallette nel deserto; ma c’è anche il vantaggio che se ne hanno di tre specie: i troppi di cui sopra: i pochissimi dell’Annunziata, che son cugini del re, niente di meno; finalmente i cavalieri di nascita, secondogeniti, o terzogeniti delle nobili famiglie, dove non c’è un titolo o un nome di feudo da applicare ad ognuno dei rampolli viventi. Il commendatore Buonsanti, per esempio, si sottoscriveva nelle lettere e si faceva stampare sui biglietti di visita: Buonsanto di Carpigliano; e questo Carpigliano, comunello di montagna sotto le Alpi, dove il commendatore Buonsanti aveva un podere con la rispettiva bicocca, poteva benissimo assumere una cert’aria feudale. Dopo ciò, come non chiamarlo almeno cavaliere? L’effetto era anche più grande, quando gli si dava quel titolo nelle occasioni solenni, mentre portava al collo il gran nastro d’ormisino verde, con la croce trifogliata e smaltata di bianco dei cavalieri mauriziani.

Ma lasciamo stare da parte queste piccolezze. Il cavaliere commendatore aveva fatta la sua osservazione galante, e la marchesa Flora, intanto, adocchiava qua e là le ultime arrivate.

— Ah! — esclamò la vecchia marchesa. — Ecco la Wiedersehen, con le sue perle scaramazze. Le mette proprio a tutte le salse!

— Si vede che non è Cleopatra; — notò il commendatore.

— Perchè, cavaliere?

— Perchè quella le mangiava senza salsa.

— Bravo! Siete in vena, questa sera.

— Non tanto, Donna Flora, non tanto. Infatti, questa non m’è venuta buona. È scaramazza anche la mia. Dovevo ricordare che Cleopatra ha bevuta la sua, non mangiata, e l’ha bevuta disciolta nell’aceto, che può benissimo ammettersi come un principio di salsa.

— Altro arrivo! — disse la marchesa Flora, puntando il cannocchiale da un’altra parte. — Vedo un naso....

— La Sant’Oronzio? — domandò il commendatore.