Era proprio lui che ritornava. Non aveva solamente fumato il suo sigaro, ma era anche capitato a casa sua, per vedere se ci avesse lettere, e ciò lo aveva fatto ritardare un tantino di più.
Rientrato nel salottino della duchessa, il cavaliere Buonsanti ricominciò le sue chiacchiere amene, ragionò e sragionò gaiamente di cento cose, perfino di politica. Quella sera l’aveva con l’amministrazione della giustizia. Almerico la difendeva, per ragione d’uffizio, ma il Buonsanti non gli dava quartiere, lo soverchiava, lo subissava con una valanga di argomenti e di paradossi, in mezzo ai quali si notava ancora qualche buona ragione.
— Se il mio ministro ti sentisse, ti abbraccerebbe! — gli disse ad un certo punto Almerico.
— E perchè? — domandò il Buonsanti.
— Perchè gli ricorderesti quello che egli pensava dell’amministrazione della giustizia.... trent’anni fa.
— E adesso?
— Adesso, mio caro, tutto è cambiato. Ha avuto la bontà di riconoscerlo egli, e di dirmelo. Parola di ministro non può mentire. —
Serena ascoltava e non ascoltava. Intanto le ore passavano.
— Ebbene, duchessa, avete letto il viaggio alle regioni polari? — le chiese il Buonsanti.
— Incominciavo appena, quando giunse il conte Almerico; — rispose Serena.