— Grande! — esclamò Serena. — Dopo aver pensato una cosa orribile?

— Ma discacciandone tosto il pensiero; — replicò Almerico. — Io vi ammiro, e vi ringrazio della vostra fiducia. Custodirò io queste lettere. Ho la speranza che il conte di Riva ve le riporterà. Se così non fosse, le riprenderebbe un giorno, per consegnarvi in cambio le vostre.

— Oh, non occorre! Tenga pure le mie. Sono lettere che si possono leggere da tutti, le prime come le ultime. Non ebbi mai nulla di segreto da dirgli, nessuna febbre da descrivere, nessun sogno da raccontare. Queste, invece, con tutte le furie che ci son dentro, sepolte! renderebbero lui molto ridicolo. —

E diede in uno scoppio di pianto, che contrastava con le parole, ma che si vedeva già preparato dai moti convulsi ond’esse erano accompagnate.

— Ebbene, signora, che è ciò? — disse Almerico, turbato. — Siete voi così debole?

— Sì, son debole; — rispose ella, tra i singhiozzi. — Ah se fossi un uomo, signor Almerico! Se fossi un uomo! Vedete, non mi si offenderebbe impunemente. Voi uomini avete un genere di vendetta che vi concede lo sfogo, senza avvilirvi il carattere. Un duello in piena regola! Anche una frustata sul viso, quando par necessaria! E poi siete tranquilli. Le conseguenze son tristi, o non sono; ma non vanno mai per le lunghe, e non vi bisogna neppur star continuamente in orgasmo, coi nervi tesi. Noi, quando ci sentiamo offese, non abbiamo altra vendetta che quella da voi chiamata orribile. E poi, quando abbiamo castigato a modo nostro, ci dicono cattive. Dateci le vostre armi, e saremo come voi.

— V’ingannate, signora; — disse Almerico. — Gli uomini che voi dite, son qualche volta serii, ma più spesso leggeri. Il duello lo fanno per vanità, ancora più che per amor proprio, che non sarebbe una buona ragione, ma almeno almeno una scusa sufficiente. Bisogna avere un duello nel proprio stato di servizio, e per averlo non si bada con chi, nè per quali cagioni. Cionondimeno, siamo giusti, se costoro sono cervelli leggeri, non sono almeno cuori cattivi. I cattivi sono il maggior numero: son gli odiatori per il gusto di odiare, i delatori, gli scrittori di lettere anonime: tutti coloro che non si appagano di dar dispiacere a voi, che non li avete offesi, ma vogliono darlo a tutte le persone che vi amano, o che essi sospettano amiche vostre; e sono i nemici giurati di tutto ciò che risplende, i detrattori della onestà e della fama, i cercatori delle riposte intenzioni, tutti coloro che quando non trovano inventano. Questi, signora mia, son legione. Contentatevi di esser donna, e di non potervi vendicare, chè altrimenti dovreste esser sempre con la spada alla mano, e far passo d’armi ad ogni canto di strada; contentatevi di esser donna, e d’animo così alto, da non sentire il bisogno della vendetta. Una grave offesa, lo so, un profondo dolore, possono turbare lo spirito.... Ma non c’è qualche cosa che val meglio della vendetta più allegra? Se il conte Massimo è quell’uomo che le apparenze vi dimostrano, meriterebbe il vostro disprezzo e niente di più. Infine, veniamo alle conseguenze. Che ha fatto egli, sempre secondo le apparenze? Vi ha forse tolto il vostro buon nome? Quattro o cinque donne maligne possono credervi disprezzata; dieci lo crederanno, se vi vedranno infelice. Ma neanche allora, badate, neanche allora verrà meno il rispetto di Roma per voi. Ammettiamo pure che sian vere le voci sparse sul conto di Massimo, e che egli sia andato sulle tracce di miss Lockwood. Non vedete già come è punito del suo fallo? Per il solo sospetto della cosa, tutti parlano già della miniera d’argento che gli ha fatto dar volta al cervello. Non ha egli la sua condanna con sè? Vi prego, signora; asciugate quelle lacrime! Non sentite? Hanno suonato. Se fosse una visita?

— Non credo; — mormorò la duchessa. — Sarà il cavaliere Buonsanti che ritorna.

— Ebbene, ragion di più per calmarvi. Sapete che uomo terribile è l’amico nostro. Vi sgriderà senza misericordia, e sgriderà anche me, cavaliere disgraziato, che non ho saputo sviare il vostro pensiero da un doloroso argomento. —

Povero cavaliere Buonsanti! Per i bisogni del momento, passava anche per un uomo terribile.