— Sì, ve l’ho detto, ci ho pensato; ci pensavo da ieri; mi ero quasi risoluta di farlo, dopo aver letta la lettera che il cavaliere Buonsanti ha ricevuta da Napoli. Non vi pare che sarei nel mio diritto di donna offesa?

— Signora, vi prego.... — balbettò Almerico. — Sarebbe una cosa orribile.

— Che paura è la vostra, conte, se il vostro amico è a Padova? — gridò la duchessa, con accento sarcastico.

Almerico si morse le labbra. Era colto in fallo, vinto, atterrato dalla logica sottile di una donna.

— Signora duchessa, io non so.... — rispose egli, dopo un istante di pausa. — Foss’egli dovunque.... fosse pure dove il nostro amico Buonsanti pretende che sia, la vostra vendetta, per quanto giustificata, non tralascerebbe di essere....

— Orribile, non è vero? Lo avevate già detto una volta; perchè temete ora di ripeterlo? — disse tranquillamente Serena. — Sarebbe orribile; l’ho riconosciuto ancor io. Prendete voi queste lettere.

— Io?

— Sì, Montegalda, custoditele voi. Ho veduto in un modo oggi; potrei vedere in un altro domani. In mia mano ci stanno male, oramai; c’è sempre da temere d’un momento di collera. —

Almerico prese l’involto e strinse la mano della duchessa: una mano che ardeva, come per febbre, e che egli sentì tremar nella sua.

— Siete grande, signora; — diss’egli.