— Crudele, qualche volta, nella sua sincerità; — proseguiva intanto la duchessa. — Con che gusto si è fermato su tutti i punti più.... dispiacevoli della lettera che aveva da leggermi! Ma infine, non è meglio sapere che ignorare? E voi, che avete letto, conte, credete voi ancora al racconto del vostro amico?
— Io, signora, non ho letto; — rispose Almerico. — Poi, non ho il diritto di creder altro, intorno ai fatti suoi, fuor quello che ha voluto raccontarmene. Dovrei vederlo, interrogarlo, sentirlo, per dare un giudizio sincero.
— Siete molto.... circospetto; — replicò la duchessa. — Io non posso aspettare come voi; ho il diritto di non aspettare. Se anche fosse andato dove ha detto a voi, ingannandovi senza ragione, il suo silenzio, dopo la partenza, lo condannerebbe egualmente. Per me, l’ho giudicato. Ma se non gli dava l’animo di scrivere a me, poteva però scrivere a voi. Come? Vi fa una dolorosa confidenza, vi contrista l’animo col racconto della sua rovina, e non crede più necessario di darvi segno di vita? Voi, conte Almerico, potreste ben credere ch’egli si sia fatto saltare le cervella! —
Almerico sentiva il peso dell’argomentazione; sentiva anche la punta dell’ironia; ma non sapeva che rispondere.
— Non vi offendete, vi prego; — ripigliò la duchessa. — Voi non avete colpa, neanche per ciò che fingete di credere. Voi adempite un dovere, che vi costa. Io che non ho doveri, ma diritti, potrei fare ben altro, che mi costerebbe assai poco.
— Che cosa? — balbettò Almerico.
— Una vendetta, conte, una giusta vendetta.
— In che modo?
— Così; — rispose Serena, aprendo il cassetto del suo tavolincino di lacca giapponese, e traendone fuori un piccolo involto. — Vedete, Montegalda? Queste son lettere del signor Massimo. C’è tutto il suo romanzo, qua dentro. Si potrebbe fare una cosa.... Oggi fui sul punto di risolvermi, e perciò avevo preso questo involto dal mio stipo, per levar le soprascritte, e metter tutto in una bella busta nuova. Si potrebbe, dico, mandar queste lettere alla gentilissima miss Madge Lockwood, a Napoli, all’albergo di Russia, con una letterina d’introduzione che dicesse presso a poco così: «Signorina! Poichè il conte Massimo di Riva è valente scrittore nel genere sentimentale, non è giusto che lo conosciate soltanto dai suoi discorsi. Dovete farvi anche un’idea del suo stile, per la ragione conosciuta ed ammessa che lo stile è l’uomo. Eccovi dunque il signor conte di Riva, dipinto da sè medesimo, e sotto la luce più bella, in queste quindici lettere, scritte in tempi diversi, l’ultima delle quali ha per altro una data molto recente. Se egli dovrà allontanarsi qualche giorno da voi (cosa naturalissima, poichè siete fanciulla, e i vostri parenti potranno benissimo trovar pericolosa la sua assiduità, anche giustificata da tutti i diritti che voi voleste accordargli) egli sicuramente vi scriverà. Farete allora un confronto, non inutile per i vostri studi di lingua italiana. Inoltre, se egli vi dirà cose troppo ardenti, non vi giungeranno più nuove». Eccovi, Montegalda, che cosa si potrebbe scrivere a miss Madge, accompagnandole un presente come questo, forse non intieramente gradito, ma certamente prezioso per lei.
— E avete pensato di far ciò? — chiese Almerico.