«Ma nel cambio dell’armi a Glauco tolse
«Giove lo senno. Aveale Glauco d’oro,
«Diomede di bronzo; eran di quelle
«Cento tauri il valor, nove di queste».
A te il mio libro e l’affetto; a me la tua grazia costante. Son Diomede in cotesto, che troppo più ci guadagno nel cambio.
Di Genova, il 30 Aprile del 1873.
ANTON GIULIO BARRILI.
PROLOGO.
Nessuna cosa ad uno scrittore, dopo il titolo del suo libro, è più bisognevole d’una buona pròtasi, o cominciamento che dir si voglia. Anche un adagio, prezioso stillato di scienza popolare, ammonisce che «chi ben comincia è alla metà dell’opra»; il che per fermo non s’intenderà esser vero, se non ammettendo che si possa tirare innanzi a furia di sciocchezze, pur di aver fatto bella comparsa in principio. Facciamoci vivi alle mosse; per tutto il rimanente della via è lecito impoltronire, appisolarsi a cassetta (vedete Orazio che ne concede larga perdonanza ad Omero); l’essenziale sta nello svegliarsi, da bravi cocchieri, in prossimità della posta, e, con alto schioccar di frusta e galoppar di cornipedi, mettere il borgo a romore.
Mano dunque alla pròtasi! Ma qui pur troppo le invenzioni scarseggiano; testimone la repubblica letteraria tutta quanta, che, da forse tremila anni, non ha saputo far altro che andare sulle pedate d’un cieco. Egli è vero bensì che costui ci vede assai meglio di tutti i suoi successori; tantochè nessuno è giunto così lontano com’egli, orbo cantastorie di Grecia. Per ristringerci ai sommi, vediamo Virgilio aver copiato da lui, l’Ariosto da Virgilio, il Tasso da ambidue. «Canto l’armi pietose e il capitano», scrive Torquato. «Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori — Le cortesie, le audaci imprese io canto», ha scritto messer Lodovico. E Virgilio, quindici secoli avanti, aveva lasciato il suo Arma virumque cano che fa riscontro all’Iram cane, Dea, dell’Iliade, e al Dic mihi, Musa, virum, dell’Odissea. Insomma, già prima che mi sgoccioli dalla penna, lo avrete pensato voi, lettori umanissimi: o canti tu, o canto io, gli è come a dir zuppa o pan molle.