Non vo’ per altro tenervi sulla corda. Tocco a mala pena di Annibale che, vincitore sulla riva sinistra della Trebbia, varcò da queste parti l’Apennino, per andare a perdere un occhio in Val d’Arno e a vincere una battaglia sul Trasimeno. Metto da banda gli scarsi cenni che si hanno di Bobbio antica e l’etimologia acquatica del suo nome, il quale si legge Bobium ed anche Ebovium nelle carte longobardiche. Noto che i primi abati di San Colombano ebbero podestà signorile, ad essi poscia contesa dai vescovi, venuti dopo il mille; che la città si scrisse alla Lega lombarda, e che, mal difesa da tanti pastorali, fu agevolmente signoreggiata dai Malaspina di Lunigiana, fino a che, nel 1346, non cadde con Tortona ed Alessandria sotto il dominio di Luchino Visconti, buon’anima sua. Filippo Maria, ultimo di quella gente, la diede in signoria, nel 1440, al suo generale Pietro dal Verme. Lodovico XII, fatto padrone del Milanese, la regalò invece al suo scudiero Galeazzo Sanseverino, e i Dal Verme non la ricomprarono che alla pace del 1505. Seguì poscia le sorti del Milanese fino al 1743, quando venne in potere del Re di Sardegna.
Libera nel 1793 di rifarsi ligure di nome, ma francese di fatti, fu involta nelle peripezie della guerra, repubblicana dapprima, quindi imperiale, che finì nel 1814, e lei ritornò alla sudditanza di casa Savoia. Scelta nel 1799 da Moreau come scala alla sua congiunzione colle forze di Macdonald, fu tenuta da Lapoye con grossa schiera di liguri. Ma innanzi che Moreau, disceso dai passi della Bocchetta, romoreggiasse utilmente alle spalle di Suwaroff, l’ardente Macdonald s’impegnava al guado della Trebbia, e cosiffattamente lontano dai monti, che la gente di Bobbio non potè calare al soccorso. Il resto è noto; io torno alla pacifica storia dell’abbazia, per dirvi che, verso la metà del secolo XV, essendosi il numero dei monaci grandemente scemato, l’abate Giovanni dei Malaspina del Mulazzo, d’accordo col vescovo e col signore di Bobbio, Luigi dal Verme, invitò i benedettini di Padova, i quali nel 1449 presero possesso della chiesa e del monastero. Per tal guisa la regola di San Colombano, che comandava castità, cieca obbedienza, povertà, digiuno, silenzio, preghiera e fatica, nè risparmiava la disciplina ai falli più lievi, cedette il luogo a quella di san Benedetto, alquanto più dolce e pe’ suoi tempi più utile al prossimo, come quella che surrogava la vita operosa alla contemplativa, le fatiche della mente e la diffusione degli studi alla rugginosa inerzia delle solitarie meditazioni. E qui, come moralmente fu rinnovata, così fu restaurata materialmente l’abbazia, in quella architettura che di presente si nota.
Ho fede che i lettori non mi torranno in iscambio, per questo perdermi ch’io fo attorno ad un convento di frati. Vivo il presente e anelo il futuro, ma rispetto eziandio il passato, e in questa pacificazione storica, che è un’altra maniera di giubileo, si racqueta il mio spirito, volendo giustizia, anzi misericordia per tutti.
Poveri frati di Bobbio! Io m’intenerivo per essi, io, figlio, nipote, o qual più vi talenti chiamarmi, della rivoluzione che li spazzò via. Ma diciamo tutto sinceramente; più che della sorte dei monaci, mi dolevo dello sperdimento di una biblioteca, che il notaio Malinverni-Tidone mi diceva ricca di volumi a parecchie migliaia e sopratutto copiosa di manoscritti antichi e rarissimi. Erano i frutti di lunghe indagini e di assidue fatiche; erano l’armi pazientemente raccolte da que’ fabbri della critica, e con inconscia diligenza ordinate alle più felici battaglie del pensiero odierno. E tanta ricchezza d’arsenale andò in breve ora dispersa; tanta copia di utili stromenti andarono divisi a confondersi tra mille e mille altri trofei fuggevolmente ammirati nei templi maggiori della scienza. La miglior parte furono condotti alla biblioteca Ambrosiana di Milano; molti alla Vaticana di Roma; il rimanente all’archivio e all’università di Torino.
— Con tutto ciò, — narrava il mio ospite, che lo aveva da suo nonno, dottissimo uomo e fratello ad uno degli ultimi monaci di San Colombano — nel 1795 rimanevano ancora alla celebre biblioteca forse ottocento volumi, settantacinque casse di atti e diplomi e un centinaio di manoscritti preziosi. Ma anche questi, dopo essere stati qualche anno dimenticati, pigliarono la via di Torino. E laggiù, a che servono? a chi giovano? I libri, la più parte faranno a doppio con altri; i manoscritti e i diplomi, quasi tutti attenenti alla cronaca paesana, giaceranno negletti in qualche cassa insidiata dai topi, e con poca utilità esaminati, come quelli che più non fanno un corpo solo, con rispondenza di parti e facilità di raffronti. —
Io, sebbene non ne avessi gran fede, m’ingegnavo a dimostrargli il maggior profitto che si può cavare nelle grandi città da una ricca suppellettile archeologica.
— Ah, non lo credete! — mi diceva egli di rimando. — Egli è soltanto ne’ centri minori che si può metter l’animo in certe minutezze, le quali sono, ora inizio, ora complemento, ad una più vasta intrapresa. Chi ha a fare una storia in cui tante cose di minor conto debbano entrare, ci metta la fatica del viaggio; la certezza di trovare in un angolo di terra tutto ciò che si ragguarda alle memorie d’una provincia, val meglio della facilità di aver notizie pronte, ma insufficienti. Io, per me, credo che la piccola città sia il luogo in cui debbono rimanere tutte le memorie sue, se pure si vuole che tornino ad utile di qualcheduno. L’accentramento scientifico non è dovizia, ma ingombro di materiali.
— Eh, capisco; — soggiunsi io, in atto di chi volentieri si persuade. — Ma nella biblioteca dei frati c’era egli poi roba preziosa davvero?
— Figuratevi! Il catalogo manca, ma in casa nostra si conserva religiosamente un elenco delle cose migliori, e potrete vederlo, se vi aggrada. Gl’incunaboli, così rari adesso, c’erano in buon dato, e tra essi il Monte Santo di Dio, stampato nel 1477 a Firenze, che fu la prima opera con incisioni in rame, e il famoso Salterio del 1457, che fu il primo libro stampato con certa data; almeno (aggiunse coscienziosamente l’eruditissimo uomo) dopo le Bolle di Niccolò V, che sono del 1454. Tralascio gli Aldi, i Giunti, i Gioliti e i Griffi, dei quali si ebbero qui le più pregiate e rare edizioni. E i manoscritti...... ricchezza sterminata! Fu sui manoscritti di Bobbio che Pio VI potè fare la magnifica stampa delle opere di S. Massimo. E dov’era, se non qui, l’originale in pergamena del Carmen paschale di Celio Sedulio, elegante poeta cristiano del secolo V? Ora lo si custodisce gelosamente a Torino, come tant’altri tesori nostri a Roma e a Milano. Ma non tutti, e, se piace a Dio, si troverà in questa casa ancora tanto di essi, da poter dare onorato principio ad una civica biblioteca. Venite con me, voi che amate un pochino i cartabelli; ce n’ho di tali che un principe russo pagherebbe in oro i dieci cotanti del peso, e che voi persuaderanno di rimanere qualche giorno ancora dei nostri; la qual cosa, poichè sono alle moltiplicazioni, mi sarà dieci cotanti più cara. —
Volevo rispondere che non occorrevano manoscritti preziosi per trattenermi a Bobbio; ma non ebbi tempo, nè modo, imperocchè, afferrata la maglia d’una lucerna d’argento a quattro beccucci, che era anch’essa un bel saggio dell’arte di due secoli indietro, il notaio Malinverni si alzò da sedere e mi condusse nella sua biblioteca.