Dirvi che rimasi sbalordito, non posso. I libri non fanno già l’effetto delle agate, delle calcedonie, o d’altra maniera di pietre preziose. Andate a Roma, e della Vaticana, famosa tra tutte le altre biblioteche del mondo, non si additerà alla vostra ammirazione che una fuga di stanze. In tal modo si misura l’importanza dei libri. Ma chi voglia andare un po’ oltre l’apparenza, si faccia a considerare la ricchezza di quei centomila volumi stampati; squaderni il catalogo di quei ventiquattromila manoscritti; veda, tra gli altri, quell’esemplare di Virgilio che ci conservò raffigurata ne’ suoi disegni tanta parte degli usi e delle foggie romane; e per tal guisa, condotto mille e ottocento anni a ritroso sul classico mare dell’età, tratto a vivere d’un’altra vita, coetaneo d’una gente morta, testimone d’una civiltà su cui si addensarono parecchi strati di barbarie e più altri di vergogna, sentirà allora il pregio, vedrà allora la splendidezza di que’ gialli e polverosi tesori. Così avvenne a me, quando il notaio, accennati i libri alla grossa, si fece ad aprirmi un armadio, nel quale, umili in vista e non numerose, giacevano le sue pergamene e filze di carte, diligentemente legate e contrassegnate, siccome da notai e da archivisti si suole.

— Tutta roba salvata dallo sperpero del monastero! — sclamai.

— E dalle unghie dei pizzicagnoli — aggiunse il mio ospite. — Non so come ciò fosse, ma il meglio di queste carte era andato disperso per le mani di tutti, quando i miei vecchi s’ingegnarono a raccattarle, e qualcosa ho potuto scoprire io medesimo. Argomentate voi quant’altre non ne saranno andate a male in mezzo secolo di scompiglio! Eccovi; queste sono lettere di chiarissimi uomini vissuti qui nel corso di trecent’anni; da Agostino Trivulzio, vescovo e poi cardinale, infino al dottissimo Lorenzo Ballarini, nostro conterraneo, che fu medico a Vittorio Emanuele I, e che io, giovinetto, conobbi preside alla facoltà chirurgica nell’Ateneo torinese. Vedete questo libro in cartapecora; esso contiene l’elenco degli abati della vecchia regola di San Colombano, da Attalo e Bertulfo, suoi successori, infino a Giovanni Malaspina che cedette il luogo ai benedettini. Quest’altro è il Cartolario del Monastero, che contiene gli istrumenti pubblici, condizioni, fedeltà, locazioni e tutte le altre congrue dell’abbazia. Queste sono copie di antichi diplomi, tra i quali il famoso di Lotario I, riferito dall’Ughelli e chiarito apocrifo dal Muratori. Nè mancano le cose letterarie. Vedete questo volumetto di ottanta pagine in pergamena della più fine, con lettere miniate ad ogni incominciar di capitolo; è una raccolta delle rime di messer Francesco degli Accolti, aretino. Tra queste potete leggere la nota canzone sulla lorda vita dei chierici, che i bibliografi attribuiscono al fratello di lui Benedetto. Converrebbe qui raffrontar gli esemplari. Questo manoscritto è sincrono, e mi pare debba fare autorità. E adesso — chiuse solennemente il notaio Malinverni — assaggiatemi questo. Se fosse completo, non ci sarebbe niente di comparabile ad esso in veruna delle più ricche biblioteche d’Europa.

— Capperi! Vediamo questa maraviglia! — dissi io, sorridendo.

Se mai v’ebbe rimorso che rapidamente seguisse il peccato, ei non fu al certo più veloce del mio, poichè ebbi dato un’occhiata alle prime pagine del volume postomi tra le mani dall’ottimo signor Malinverni. Sperimentai allora in me stesso come sia sciocco il sorridere, quando non è essenzialmente tristo, o essenzialmente sublime. Se a voi non sembra che corra, lasciamola lì; io mi ristringerò a raccontarvi, senza morale, come senza favola, che la mia mezza ironia mi tornò subito in gola.

Il codice non era di gran mole, nè di molta appariscenza. Constava esso di cinquantasei fogli di carta pecora, o, per dire più chiaramente, di centododici facce di scritto. La coperta di pelle nera, bucherata dai tarli, gualcita, sbrandellata, mostrava qua e là i rimasugli di un fregio impresso sui margini; i fermagli di ottone annerito non chiudevano più, lenti e sconnessi com’erano; il dorso lacero facea scorgere i sudati artifizi dell’antico legatore, i capitelli disfatti e il bruco penzoloni fuor di riga; i fogli, poi, apparivano giallicci, grinzuti, co’ vivagni corrosi. Certo; il codice era più vecchio che non dinotasse la sua scrittura, condotta in quei caratteri impropriamente nominati gotici, che ebbero favore in Europa dal dodicesimo sino allo scorcio del quindicesimo secolo. E difatti, guardando più attentamente, si discernevano tra i versi dello scritto alcuni segni sbiaditi di più vecchio inchiostro e traccie qua e là di lettere onciali. Non c’era da dubitarne; io aveva sott’occhio uno di que’ palinsesti bobbiesi che fruttarono rinomanza ai Niebuhr, ai Peyron, ai Vesme e più di tutti ad Angelo Mai, che in due di essi ebbe a rinvergare i sei libri De republica di Cicerone.

Qual era l’autore perduto che si nascondeva nel mio palinsesto? Non cercai di saperlo allora, nè poi; tanto mi parve degno di studio il sovrapposto, che entrava in materia con queste parole: «Incipit liber confessionum Gualberti monachi;» parole così semplici e così promettenti ad un tempo.

Le confessioni di Gualberto monaco! Che cosa avrà avuto a dire questo povero frate alla posterità? Per fermo egli ha molto operato e veduto, molto pensato e sentito, fors’anco errato, certamente sofferto, e qui, presso al fine della sua fortunosa carriera, colla schietta umiltà, ma non colla gloriosa pace di Agostino, racconta sè stesso, o in penitenza di falli, o per esempio di fede religiosa ai venturi. Questo pensiero mi trasse a leggere; le prime pagine mi fecero suo.

Il mio ospite, chiamato dagli uffici del sue utile ministero, mi aveva lasciato solo nella camera, ed io vi rimasi forse quattr’ore, assorto in quella lettura, malagevole in sulle prime per la difficoltà di far l’occhio ai caratteri, di deciferare le frequenti abbreviature, e di cogliere il senso di molte frasi, non sempre di buona latinità, siccome è facile argomentare d’un manoscritto del secolo XIV; chè di quel tempo lo chiarivano per l’appunto i primi richiami storici dello scrittore. Ma quel tanto che io ne avevo spiccicato, bastò perchè, quella sera, deposto il volume, non pensassi più ad altro.

La notte, non furono che sogni della fantasia riscaldata. Vidi il mio frate chiuso nella sua cella ed intento a scrivere le sue confessioni. Le tempeste della vita gli aveano imbiancati anzitempo i capegli e impresso il volto di segni fatali. Fredda era la cella; l’inverno soffiava alle impannate; le dita del monaco s’irrigidivano intorno alla penna; e tuttavia seguitava a scrivere, desideroso di versare in quelle carte la piena delle sue ricordanze, prima che quel gelo gli penetrasse nel cuore. E lo vidi, indi a poco, disteso sul suo letticciuolo; le mani avea giunte sul petto; gli occhi, mezzo velati dall’ali della morte, cercavano una immagine di donna, vapore diafano che tremolava, vestito di forme a lui note, dipinto d’una pallida luce, nell’alto della sua squallida cella. Quali arcane parole corsero tra il morente e la morta? Era quello l’addio d’un vano fantasma, o l’invito d’uno spirito eterno? Ella era là, librata in aria, e si facea man mano più sopra a lui; si chinava l’omero mollemente; si stendeva il braccio e le dita candide si appressavano, come per chiudere quegli occhi stanchi, o cogliere l’ultimo sospiro, forse il primo bacio di quelle labbra tremanti. E in quel mezzo, inginocchiati ai piedi del letticciuolo, i bruni compagni venian recitando la preghiera degli agonizzanti.