Il santo era qualche volta Guido Laurenti, cioè quando il padre suo si partiva di là, lasciandolo solo nella tesa. L'adolescente non pensava più agli uccelli. Accoccolato nel suo nascondiglio, col viso appuntellato sulle palme, e gli occhi nel vano dell'apertura, stava fantasticando una vaporosa forma di donna; vedeva la castellana, o la fata dei luoghi, scendere dalle rovine di un antico maniero e sedersi ai piedi di quel pino, e sè medesimo, nobilmente vestito di velluto, con le calze divisate di bianco e di rosso, il giustacore serrato ai fianchi, una berretta piumata capricciosamente posta a sghembo sui biondi capegli, stare a' piedi di quella gran dama, baciarle per tutti i versi quella mano bianca ch'ella gli aveva abbandonata tra le sue, e canticchiarle la sua prima ballata d'amore.

Il dar d'uno sciame di lucherini nell'albero, lo sbatter dell'ali che sempre più si invescavano sulle verghette fallaci, il pigolare doloroso dei poveri pennuti, lo risvegliavano dalla sua estasi. Sbucava sollecito dal suo capannuccio, si arrampicava sull'albero, e andava a spiccare i tapinelli, badando a non strappar loro le penne maestre; ripuliva dal vischio le loro graziose zampine, e li rimandava con Dio, in nome di quella bellissima dama che era sparita pur dianzi.

Poco stante capitava il babbo.—Orbene, non c'è stato nulla?—Nulla, babbo; uno sciame di lucherini ha dato nei rami, ma la pania non teneva e non ho fatto a tempo per coglierli; se ne sono volati via.

E il babbo, che notava i piumini sulle verghe e la buona presa del vischio, a non credere un'acca dei discorsi dell'adolescente, a sgridarlo un tratto, ma compiacersi in cuor suo delle invenzioni del figlio, pur promettendo che non l'avrebbe più condotto ad uccellare con lui.

Bei tempi, bei tempi! e chi non ha di somiglianti memorie, piccoli quadri dell'adolescenza, che si richiamano, si ridipingono e s'incorniciano tra le meditazioni dell'uomo adulto, belli di quella velatura ineffabile che distende sovr'essi la lontananza degli anni?

Ed ecco come la vista di quel pino, sull'ultimo lembo della prateria sottostante, faceva fantasticare Laurenti, seduto presso il suo muraglione, colla sua Eneide tra mani.

L'illusione delle circostanze era perfetta; non ci mancava neppure la castellana.

Essa era laggiù, com'egli l'aveva sognata adolescente. Capelli neri e morbidi, chiusi in una reticella di filo d'oro, le cui larghe maglie non ne scemavano la lucentezza; la persona svelta e di graziosi contorni, a cui aggiungevano maestà e leggiadria le molli pieghe di una lunga veste di seta cenerognola e uno sciallo rosso di Persia, lavorato a fogliami, negligentemente raccolto intorno alla vita.

Alla distanza in cui era, non si poteano distinguere i lineamenti del viso, ma s'indovinavano regolari e bellissimi, al soave effetto che facevano da lunge. L'ovale un tal po' allungato di quella faccia, la carnagione bianca, pallida come di una bella morente, richiamavano alla memoria una di quelle madonne in cui il pennello di Carlo Dolci ha così mirabilmente accoppiata, compenetrata quasi, la bellezza col patimento della materia, di guisa che il rimirarle vi sveglia ad un tempo la voluttà negli occhi e l'angoscia nel cuore.

Laurenti rimase estatico a quella vista, senza sapere se vedesse da senno, o se per avventura non fosse quella una continuazione delle sue ricordanze giovanili. Poi, come avviene per simiglianti immagini del passato che fanno insieme tenerezza e sgomento, si sentì sopraffatto, e si fe' scorrere una mano sul fronte, quasi sperasse in tal modo dileguar dalla mente la diletta visione. Si provò a ripigliar l'Eneide e proseguir la lettura; ma il primo emistichio che gli cadde sott'occhi «Et vera incessu patuit Dea» non fece altro che richiamarlo all'argomento della sua contemplazione, e ricondurgli lo sguardo sotto quell'albero di pino.