La dea era pur sempre colà, innanzi agli occhi suoi, dea al volto, al portamento, all'incesso. Ella era tuttavia sotto l'ombrello del pino, ma veniva lentamente in su pel sentiero sabbioso, la testa un tal po' reclinata sull'omero, come persona stanca, una mano al seno sui capi dello scialle, che senza quel ritegno sarebbe caduto, mentre l'altra, che si potea scorgere da lontano bianca e sottile, penzolava mollemente lungo le pieghe della veste fluente.
Non era quella un'illusione per fermo. Il giovine meravigliato richiuse sull'indice le pagine aperte del libro e rimase intento a guardare la bianca apparizione. Per la prima volta dacchè dimorava lassù, egli vedeva qualcheduno, oltre il solito giardiniere, nella villa sottostante. La divinità misteriosa di quel tempio era là, pallida, sfinita, ma bella, come la principessa della favola, chiusa da un incantesimo di mago geloso in un castello dalle mura di diamante.
La pallida signora si muoveva lentamente su pel sentiero, dando un'occhiata, ora a questo, ora a quello dei fiori delle aiuole circostanti. Ella si soffermava spesso, non tanto per guardarsi dintorno, come da lunge pareva, quanto per aspirare a labbra socchiuse (labbra di pallido corallo!) quell'aria tepida e ristoratrice. Appena ella fu presso ad un sedile di ferro dipinto, vi si lasciò andare la persona, come se fosse stanca oltremodo della via; adagiò gli omeri contro la spalliera, e rimase inerte, colle dita intrecciate, le braccia prosciolte, e gli occhi languidamente rivolti verso il sole, che si nascondeva allora dietro i monti d'Arenzano.
Anch'ella, povera bella, fantasticava; ma, più infelice di Laurenti, ella soffriva, e le memorie che le tornavano in mente non erano punto liete, nè caramente malinconiche, come quelle del giovine naturalista.
Venne la notte, ed ella era ancora sul suo sedile, nella istessa postura; Guido medesimamente fermo a guardarla, coll'indice tra le pagine del libro.
L'ultimo filo di luce del crepuscolo rischiarò la doppia comparsa del giardiniere che andò a dar la mano alla signora per ricondurla nella palazzina, e del servitore di Laurenti che, temendo non s'infreddasse, da quell'uomo prudente ch'egli era, portava il cappello per coprir la testa al padrone.
V.
Un nuovo e più vivace elemento entrava nella vita di Guido Laurenti. Era una bella e nobile vita la sua, intelligente, studiosa, operosa, e si disponeva acconciamente a diventar feconda d'intendimenti generosi. Ma il calore non c'era; non c'era quella tal cosa che fa dire col poeta latino: «spiritus intus alit». Egli era, se posso giovarmi del paragone, come un bel disegno senza colore, o come un bel paese senza luce, il che poi torna lo stesso, imperocchè i colori non sono che le sette persone di quella santissima Settenità. Ora, quel nuovo elemento era come l'alba che rischiara il paese, facendolo nuotare dapprima in una vaghissima nebbia, tinta a gradi con tutte le più soavi temperanze della tavolozza dell'iride, e dandogli da ultimo que' toni più giusti, que' lumeggiamenti ricisi, che fanno risaltare ogni cosa in tutta la sua schietta bellezza, colla debita osservanza a tutte le leggi della prospettiva.
Tutte queste belle cose, che io dico del resto così male, non le disse a sè stesso, nè mal nè bene, il mio giovine protagonista. Egli non fece esame di coscienza allorquando, dopo aver pigliato il suo cappello dalle mani del servitore, stette ancora un pezzo immobile a guardare colà dove la bella gentildonna era sparita nel buio della sera, e non pensò neppure a farlo, quando con passi lenti e misurati rifece il viale del suo giardino per tornarsene in casa.
A che cosa pensava egli, mutando i passi dell'uomo pensieroso? A nulla, proprio a nulla. E del pari senza pensare a nulla, entrò in casa, appiccò il cappello alla prima gruccia del cappellinaio, e andò svogliato a sedersi su d'un divano del suo salotto.