Per la prima volta dopo dieci anni si sentì senza desiderio di metter mano a cosa veruna; se il servitore, vedutolo entrare colà, non si fosse affrettato ad accendere la lucerna, egli non avrebbe pensato a chiedere un po' di lume. E non pensava a nulla, non gli veniva neppure in mente di chiedere a sè stesso il perchè non pensasse a nulla.
Si alzò, e poichè si vide dinanzi il cembalo, andò a sedersi alla tastiera, su cui non metteva le dita da parecchi mesi, e accesi i torchietti, si fece a suonare quella stessa musica che vide squadernata sul leggio. La era una mazurka, ed egli suonò la mazurka; poi diede di mano ad un altro quaderno, e suonò quel che c'era, dalla prima all'ultima nota, senza nemmanco badare al genere del pezzo. Senonchè, la era musica in minore, e il minore è come le ciliegie, che una tira l'altra; e Guido Laurenti, senza metter mano ad altri quaderni, suonò una infilzata di romanze malinconiche, andando da ultimo a immorbidirsi in quella famosa del Verdi: «Quando la sera, al placido» con tutto quello che segue.
L'amore entrava, come i lettori vedono: c'era già la sera, e il placido chiarore del cielo stellato.
Egli tuttavia, ripeto, non ne sapeva nulla, e continuava a suonare come se fosse stato quello lo studio e il passatempo di tutte le sere, in cambio della Trasformazione delle specie di Darwin, o del Cosmos di Alessandro Humboldt.
Così del resto avviene mai sempre. Se l'uomo al primo mutar dell'aria fosse sollecito a mettere la sua brava flanella, non ci sarebbero più reumi nè bronchiti. E se ai primi segni di una simpatia, ma proprio ai primi, un uomo assennato facesse il suo esame di coscienza, pesasse il pro e il contro sulla bilancia, i rischi e i guadagni, io metto pegno che non andrebbe più innanzi. Ma, passano due giorni, e la flanella non è giunta a tempo per isviare la tosse; passano cinque, e i gagliardi propositi non custodiscono più dai colpi di un affetto veemente. La malattia è nei bronchi; la passione è giunta al cuore, e arrivederci col senno di poi!
Il primo pensiero di Laurenti (gli era proprio tempo che tornasse a pensare!) fu per la gentildonna veduta pur dianzi; ma era un pensiero innocente, naturale come la curiosità, legittimo come la compassione del prossimo. Ed ecco poi in che forma logica gli si dipanò nella mente, in quella che stava seduto al cembalo, cogli occhi sopra uno dei torchietti accesi:
«…..Povera donna! mi pareva molto stanca. Che male avrà? Era bianca come la cera intorno al lucignolo, e liquefatta del pari. Che la sia offesa nei polmoni? Sì certo; son queste le malattie in apparenza più dolci, che uccidono a gradi, e non c'è bisogno di starsene inchiodati in un letto per sentirsi morire. Si sfiaccola come questa candela; ci si rimette ogni giorno uno strato di vitalità; si ama sempre più la luce, il calore, quanto più vanno mancando di dentro; poi, la cera liquida, giunta all'ultimo strato, si riversa nella padellina, il lucignolo si abbatte, stride, e buona notte!
«Povera donna! Ma perchè non cura la sua salute? Le son malattie da badarci per bene. I medici le hanno sentenziate insanabili, poichè essi guardano alla interna rovina di un organismo e non alle cause morali che la guidano, come soprastanti alle opere di demolizione. Questi mali s'hanno a pigliare anch'essi pel loro verso; vuolsi curar l'anima in pari tempo del corpo. È ci vuol altro che olio di fegato di merluzzo! S'ha da svagare il malato, fargli mutare sensazioni, mutando paese, e via via. La dama è ricca. A quella palazzina e a quel magnifico giardino dee rispondere un largo censo. Perchè si lascia sgretolare a quel modo dal male!
«Chi sa? forse la ci avrà le sue millanta ragioni a non muoversi. Si è a volte legati in un paese con funi di canape, a volte con fili di seta… che tengono assai più forte del canape. E invero un marito non può essere impedimento a fare quello che la cura del proprio corpo consiglia; laddove un amante… Un amante! e perchè?…»
La supposizione dell'amante non pareva gli andasse molto a' versi. La masticò un tratto fra i denti, quindi balzò in piedi con piglio d'insofferenza.—Vadano in malora gli amanti!….. esclamò.—E le amanti!—soggiunse, ma più sommesso, come chi senta di dire una mezza bugia a sè stesso. E uscito dal salotto, andò a cangiar vestimenta, zufolando (egli che non zufolava mai); quindi uscì, dopo aver detto al servitore che sarebbe tornato tardi, poichè andava al teatro Carlo Felice; e uscì zufolando pur sempre.