Quella per fermo era serata di musica!

Il teatro Carlo Felice quella sera aveva faccia di legno. Laurenti, il quale non s'era più ricordato d'essere in lunedì, se ne addiede come fu alla porta; ma non se ne dolse; che anzi! Egli aveva detto al servitore e a sè medesimo che andava a teatro, soltanto per dire qualcosa, e gli parve una ventura di dover appiccare la voglia all'arpione.

Ha mai pensato il lettore che siamo sempre in due, dentro di noi, o, per dir meglio, che il nostro noi è composto di due persone, che una vuole e l'altra disvuole, e quella che vuole o disvuole più tenacemente non è sempre la prima per ragione di dignità? Egli avviene spesso nel nostro interno come un dialogo, un battibecco inavvertito, una sorda puntaglia, e le gambe e le mani nostre non eseguiscono sempre i comandi della parte più autorevole. La parte seconda, che è la materia, l'istinto, o quel diavolo che vorrete, pensa anco lei, e talfiata ragiona anche meglio dell'intelletto; testimone il fatto degli ubbriachi che non si rompono mai il nomine patris, e trovano sempre la toppa dell'uscio di casa, senza mestieri del lumicino della ragione.

Ora, uno dei due contendenti voleva che Guido andasse a passeggio; e fu proprio quello che si rallegrò nella mente sua, quando il capo di casa trovò chiuso il teatro.

Laurenti se n'andò dunque girelloni per la città, ma con una spasimata voglia di salire. E fu di tal guisa condotto per una strada larga, nella quale non si vedeva anima viva, e che egli per conseguenza potè popolare di morti a sua posta, vo' dire delle sue ricordanze giovanili, delle care imagini de' suoi parenti, e perfino de' suoi compagni di scuola, allorquando pigliava i primi granchi nel mare del sapere, chiamando le lettere dell'alfabeto con nome sempre diverso da quello che avevano avuto, dai Pelasgi fino al tempo presente.

Erano, in fin dei conti, innocentissime meditazioni, e non c'era nulla a ridire. Ma chi avesse potuto (come fa il lettore dietro la scorta di un minuto racconto) notare le speculazioni di Laurenti dal ciglio del muraglione, e scorgere nel suo soliloquio accanto al cembalo il germe di una simpatia per la signora della palazzina gialla, avrebbe anche notato che quella strada nella quale era ito a meditare, andava per l'appunto a far capo, indovinate dove! alla palazzina gialla.

Per la chiusa del primo giorno, non c'era male davvero!

VI.

Il giorno seguente, mattiniero come al solito, il giovine botanico si diede tutto alle sue piante, e proseguì la sua opera di giardiniere accurato fino all'ora dell'asciolvere. Dopo i fiori, stando alle consuetudini, avrebbero dovuto venire gl'insetti; ma per quel giorno gl'insetti non ebbero molestia, e i trattati di entomologia dormirono sugli scaffali.

I fiori, poveretti, avevano sempre bisogno di qualche cosa; e in particolar modo quelli che stavano sul murello, sull'ultimo lembo del muraglione, che riusciva meno discosto dall'albero di pino. Laggiù c'era sempre qualche pianticella da curare, qualche mala erbuccia da sterpare, qualche ramo da tener ritto.