E le lagrime gocciolavano a quattro a quattro sulle guancie abbronzate del vecchio giardiniere.

—Giacomo! gridò Laurenti, abbracciandolo—voi siete il più brav'uomo che io mi conosca. Qua la mano, e contratto fermato! Ma la signora lo sa?

—Sì, gliel'ho detto.

—E che cosa vi ha risposto ella?

—Che faccio bene, e che se Vossignoria mi piglia con sè, sarà un gran piacere per lei, che in tal modo sarà più certa di avere notizie di Vossignoria.—

Stranezze del cuore umano! In fondo a quello di Laurenti cominciava come un barlume di speranza, un punto di luce, pari a quel lumicino dei racconti della nonna, fievole ancora, che non lasciava indovinare se fosse di castello lontano, o di tugurio, o di carbonaia boschereccia, ma che pure facea rinascere da morte a vita l'eroe disgraziato della favola.

—Orbene, Giacomo—disse Laurenti—preparate le cose vostre; noi partiremo posdimani a sera per alla volta di Corfù.

—È lontano Corfù?

—Sì, di là dall'Italia, e ci andremo sull'Amerigo Vespucci. A Corfù troveremo un'altra vaporiera che ci porterà in Alessandria d'Egitto.

—E avanti sempre!—gridò il giardiniere.—Ma se lo dicevo io, che sono il terzo matto! chi non le fa in gioventù le fa in vecchiaia, e nessuno ne scampa.—