—Oh lo desidero anch'io;—esclamò con atto di sgomento la signora
Argellani—Fu invero una brutta visione. Stavo seduta pensando…..

—A che cosa?—interruppe Laurenti.

Quella dimanda parve riuscisse molesta alla signora, poichè, fattasi anche più pallida dell'usato, alzò gli occhi a guardar fiso Laurenti.

—Signora—proseguì egli—non le paia disdicevole la mia dimanda. Chi le parla è un medico, e quando anche non lo fosse, Ella ha voluto cortesemente salutarlo col nome di amico.

—Sì, sì, e perchè alla perfine tacerei?—disse l'inferma, dando in uno scoppio di pianto improvviso.—Stavo pensando a morire. Mi pareva d'essere già supina nella bara, ad attendere il mio ultimo momento. La campagna tutt'intorno era bella; un usignuolo cantava tra i rami di un albero dietro la mia testa: più lunge mi pareva di scorgere una strada e centinaia di allegre persone che andavano e venivano, ragionando e ridendo, senza accorgersi punto di me. Ma le son fanciullaggini, coteste…..

—No, signora; rispose Laurenti, prendendole affettuosamente la mano—La prego anzi a continuare.

—Orbene, mentre l'usignuolo cantava, ed io avrei pur voluto scorgerlo; mentre quella moltitudine allegra andava a diporto, mentre il cielo era sereno e una brezza leggiera correva per l'aria, facendo stormire le fronde, a me andava man mano affievolendosi il respiro. La vita se ne andava, e mi pareva di vederla, come un umor diafano, rifuggirsi dalle estremità, rifluire verso il cuore, dove c'era uno spiraglio, per cui quell'umor diafano svaporava, svaporava sempre. Io non potevo muovermi; le mani e le braccia, che già erano gelide, non mi obbedivano più, siccome avrei voluto, per metterle contro quello spiraglio aperto e chiuder dentro un rimasuglio di vita, tanto almeno ch'io potessi veder dileguare in fondo della scena quella allegra processione di felici, e udir l'ultimo gorgheggio dell'usignuolo che seguitava a cantare. Volevo gridare, ma non mi veniva fatto; lo sforzo anzi non faceva che aiutare, precipitare, lo svaporamento di quell'umor diafano che rifluiva al cuore, ed io, con gli occhi sbarrati, ne stavo a contemplare la spaventosa consunzione. E il vapore saliva, saliva in leggieri vortici che non mi era dato di respirare, imperocchè quella brezza che se li rapiva, non giungeva mai fino alle mie labbra. Oh, fu un lungo e terribile sogno che io non vorrei rifare per fermo.

Così dicendo, la donna gentile si nascose il viso tra le palme, singhiozzando amaramente.

Guido stette un momento sovra pensieri; quindi, accostandosi a lei, le disse con accento soave:

—Signora, desidera che io le spieghi il suo sogno?