—Oh, non se l'ha mangiata il lupo, signor Magnifico, ed è laggiù che l'aspetta. Se Vossignoria vuole portarsela con sè, venga e la leveremo da terra.
—Signora,—disse Laurenti, volgendosi alla donna gentile—potremo averla patrona in opera di tanto rilievo?
—Volentieri.
E la signora Argellani si alzò: ma Guido non le offerse il braccio, sebbene ne avesse una voglia spasimata. Con quella donna ci voleva giudizio, e l'amore, che lo fa perdere a tanti, ne dava al giovine naturalista una libbra di più.
Egli anzi, con quella facilità che è sempre l'eccesso dello stento, si messe a chiaccherare di botanica e di orticoltura col Giacomo, dei proverbi contadineschi sul bel tempo e sulla pioggia, e di altre cose simiglianti, con le quali io non eserciterò per fermo la pazienza del benigno lettore. Venne poscia una filatessa di considerazioni sulle figure che erano rappresentate dai quattro petali screziati della viola del pensiero; quella per esempio che il Giacomo levava da terra per lui, era il ritratto parlante di un professore di greco di sua conoscenza…. e sapeva il greco del pari. Considerazioni che fecero ridere la signora Argellani, quantunque ne avesse così poca voglia nel cuore.
Ma erano pallidi sorrisi, come dicono i francesi con efficacia d'immagine. La gentil donna non era punto distratta; anzi seguitava la conversazione, e con quella eletta cortesia che è pregio naturale delle grandi anime, tenea vivo ella stessa il dialogo, aiutava le arguzie a sbocciare. Senonchè, mentre le labbra parlavano e sorridevano, in fondo al cuore c'era il vuoto, e di tanto in tanto ella ne sentiva gli arcani stringimenti.
Intanto venne la notte, e colla notte l'eterno discorso della rugiada, che invita a mettersi al coperto. Guido stava per accomiatarsi, ma la signora Argellani lo invitò ad entrare in casa, ed egli si tenne i suoi saluti tra i denti.
Era quella la tristissima ora, l'ora saturnia della giornata, per quella povera bella. Era l'ora in cui, in altri tempi, il campanello scosso mandava il più argentino dei suoi squilli, e poco dopo il servitore, sollevando la portiera del salotto dov'ella stava a lavorare, o a suonare il cembalo, diceva le consuete parole: «il signor Eugenio Percy.»
Egli entrava e portava la luce con sè. Ragionavano di nonnulla, nei primi tempi, stavano a guardar la luna dai vetri delle finestre, si bisticciavano fanciullescamente per una fettuccia, per una acconciatura di testa, per un'aria di ballo; ma i nonnulla dicevano una cosa sola; la luna sollevava nei loro cuori la marea di un solo sentimento; tra le loro contese, tra gli sdegni e il volar degli strali, danzava sempre, si rigirava uno spirito folletto colle alucce di farfalla, il quale spandeva filtri amorosi nell'aria e avvelenava le punte col miele.
Più tardi, non si guardava più la luna, non si contendeva più di nonnulla; era in quella vece un intimo favellio, un ricambio di dolci pensieri, una melodia susurrata, sospirata anzi, nella nicchia d'un sofà di velluto, colle mani strette nelle mani, gli occhi incantati negli occhi. Poi la lettura di un libro, spesso interrotta, o insensibilmente trasmutata in un'estasi; poi l'attesa di lui, fino a tanto che ella si fosse vestita per andare a teatro: poi un mondo di cose, e tutto in quell'ora, tutto ricordato in quell'ora, riassunto in quell'ora.