Ma qual cuore fosse quello di Guido, lascio che vel pensiate voi, o lettori. Le parole della caritatevole amica gli avevano aperto gli occhi, e quegli occhi correvano assiduamente dal volto della Perrotti al volto della Argellani, cogliendo sensi arcani di espressione, così nel viso del carnefice, come in quello della vittima. I nomi della Roccanera e del Percy avevano scosso l'inferma; la narratrice delle loro geste aveva sorriso, e non era uscita dall'argomento. Nulla era sfuggito alla attenzione di Laurenti. Il nemico c'era, ed era colui che la Perrotti aveva nominato. Glielo diceva il cuore; glielo diceva il turbamento della donna gentile; glielo diceva più apertamente di ogni altra cosa la malvagità che trapelava dall'accento affettuoso della signora Perrotti.

Il colpo che la signora Argellani aveva ricevuto, lo aveva sentito pur egli, ed era stato così poderoso che egli ne era rimasto a prima giunta sbalordito, senza aver tempo nè modo a pensarvi, senza misurare nemmanco la grandezza del dolore. Certo il colpo non gli dovea tornar nuovo; chè, intelligente com'era, il suo nemico e' lo aveva indovinato fin da principio. Le prime impressioni sono sempre le più giuste. Più tardi la sua perspicacia, esercitata nel vuoto, s'era smarrita. Alcune considerazioni sulla malattia dell'Argellani, voluta derivare dalla negazione anzi che dalla prepotenza dell'amore, lo avevano addormentato, ed egli era a mezzo del più bel sogno che uomo potesse far mai, quando la voce stridula della signora Perrotti era venuta improvvisamente a svegliarlo.

E' fu un brutto ridestarsi pel povero Guido; il suo castello di carte, tirato su con tanta costanza, con tanto affetto, era crollato ad un soffio. E bisognoso egli stesso di aiuto e di conforto, aiutava e consolava la inferma, la quale lo ringraziava delle sue cure, delle sue consolazioni, con parole fatte per tribolarlo di più, per cacciare più profondamente il verrettone nella ferita.

—È inutile, è inutile ogni cosa!—gli aveva ella detto, porgendogli amichevolmente la mano.—Cominciavo a chetarmi, a dimenticare. Ma la fatalità mi perseguita; il passato mi uccide. Adesso, Ella sa il mio segreto, signor Laurenti, e sa perchè non ho più nessun desiderio di vivere.

XIII.

L'amore è una triste cosa, e sto per dire una delle più gravi malattie dei tempi odierni. Non già che fosse sconosciuto agli antichi, chè sarebbe dir troppo; ma ogni lettore assennato vorrà ammettere che quella passione, rozza forma dell'istinto, passò per molte e molte filiere lungo il corso dei secoli, innanzi di affinarsi a quel modo che oggi si nota, e di aguzzarsi tanto, da penetrar nelle carni a guisa di pugnale.

Le svariate e progressive forme della educazione umana hanno temperato, mutato ogni cosa, e l'amore anzi tutto. L'uomo primitivo, colui che s'innoltrava nella boscaglia armato di una accetta di selce, non sentì altro nel cuore che la voce confusa dello istinto brutale. La donna non gli fu data da santità di connubio, ma dal furto, dalla rapina, e il giorno delle nozze non fu celebrato da geniali conviti, nè da canto di bardi. Chiusa nella spelonca, ella amò il suo rapitore, perchè era forte, perchè combatteva le fiere e portava a lei le spoglie sanguinose; perchè le ornava il collo coi denti del mostro ucciso, o con le pagliuzze del rilucente metallo, raccolte nel letto dei fiumi. Essa lo temeva e lo desiderava ad un tempo; non lo rispettava, non lo amava ancora. Ed egli, poi, non riconosceva che il diritto della forza; quando si sentiva offeso, combatteva; quando la donna gli andava a versi, combatteva ancora. La vita era la guerra; la soddisfazione dell'istinto era il trionfo.

Più tardi, fu gran segno di civiltà la donna chiusa in uno scompartimento della tenda. La famiglia creò le consuetudini; le consuetudini assunsero forma ed autorità di legge. Allora la donna non si rubò più; si ebbe dai parenti, in pegno d'alleanza, o in mercede di prestati servigi, sempre come una cosa, e senza dolersi molto, o rompere il patto, se ella aveva gli occhi cisposi. Si pigliava la donna come moglie, o come serva, ma non la si amava ancora; ella per contro incominciava ad amare colui che la rendeva feconda. Per lei, talfiata, se bella, si facevano guerre; il nemico calava sulla tribù come un avvoltoio sulla preda; uccideva il padrone, e ne ereditava la donna, timida creatura, senza volontà per resistere, senza odio per respingere l'amplesso di mani insanguinate.

Il greco ed il romano, tutti intesi alla vita pubblica, non hanno tempo per gli affetti soavi. La donna che amano e cantano, non è mai la moglie, ma una facile bellezza, straniera alla famiglia, Lalage, Lesbia, Cinzia, e tutte l'altre regine dell'ode e della elegia, sono donne intorno alle quali si perde la umana dignità, donne che fanno piangere in distici Catullo, Tibullo e Properzio, ma non uccidono nessuno. L'amore è un arciero bendato, che scaglia le sue frecciate perfino a Giove, suo avolo; ma nessuno muore per le conseguenze della ferita. Paragonate cotesto con Werther e Jacopo Ortis.

Antichi esempi di forti amori ve n'ha, ma feroci, teatrali, cantabili, come la forma tragica od epica per cui gli hanno fatti passare i signori poeti. L'amore da pari a pari, che si filtra in tutte le costumanze, in tutte le bisogne della vita, è scaturito dal medio evo, da questo gran crogiuolo di cose nuove, da questo ricostruttore del mondo. La donna nelle più umili sfere sociali è già la compagna dell'uomo; nelle più alte è, più che compagna, regina; tende a superarlo, e ne verrà a capo, imperocchè essa ha più virtù, più affetto, più sottile intelligenza di lui. Egli è ancora per molti rispetti lo schiavo della materia; essa è già la forma eterna, il weibliches Wesen del dottor Fausto, la diva degli antichi. Anchise che fu innalzato al talamo di Venere, Peleo che ottenne in maritaggio da Giove la più bella delle sue oceanine nipoti, non sono più a' tempi nostri invenzioni mitologiche. Il mondo appare a prima giunta più materiale, ed è in quella vece dieci cotanti più poetico di prima. Si soffre per l'amore, perchè l'amore si è immedesimato nella vita. È egli vero che noi diventiamo più deboli, più infermicci, diventando più civili? Le armature degli avi ci opprimono col loro peso, nè più verremmo a capo di tendere l'arco di Ulisse. Per contro, un dardo che a' tempi andati vellicava la cute, oggi ci entra nelle carni e ne uccide. L'amore è una malattia. Chi lo avrebbe mai detto ad Ippocrate?