E i calabroni, che andavano ronzando qua e là nella frappa! E le farfalle screziate d'oro, che aliavano di fiore in fiore! E le cavallette, che saltavano di cespuglio in cespuglio! E le cicale, che facevano il loro verso monotono da ogni tronco d'albero, lungo la strada! E le lucertole, che guizzavano da un sasso all'altro! E gl'insetti di cento specie diverse, che susurravano d'ogni parte il loro inno alla vita! Tutte le forme delle operosità, tutte le voci dell'esistenza, stringevano d'ogni parte il padre Anacleto, che andava…. Dove andava? Or ora lo saprete, se già non l'avete indovinato.
A mano a mano che egli s'inoltrava, la via si faceva più scabra. Il terreno scoglioso dava ospitalità ad erbe di più facile contentatura. Ma in quella stagione le erbe di primavera cedevano il campo alle erbe d'estate, e si vedevano intiere famiglie di cadaveri ritti, che un soffio di vento avrebbe abbattuti, o l'urto d'un piede mandati in frantumi. La più parte erano imbrèntini, che nel maggio avevano fatto pompa delle bianche corolle e degli stami dorati, ma che allora mostravano i calici disseccati e le foglie bruciate dal sole. Ma tutto non era vecchio, nè moribondo, colà. In mezzo a quel seccume di cespugli, le eriche spingevano in alto le loro vette verdeggianti, gremite di fiorellini; e i prunai facevano pompa dei loro frutti rossicci che solo l'autunno avrebbe maturati; e il timo vestiva a nuovo i suoi piccoli rami serpeggianti, e la vitalba stendeva d'arbusto in arbusto le sue braccia sottili. Ogni cosa mostrava di vivere; anche la morte, poichè essa metteva in mostra i germi di una vita futura. Dai calici inariditi apparivano le capsule semi aperte, coi grani pronti a balzar fuori, per dar vita a nuove generazioni di piante. E la vampa del sole incombeva su tutto, con lo sguardo tranquillo e possente dell'eterno signore, che sa di possedere e di essere amato.
Ancora una volta, mi domanderete, dove andava il priore? E qui, se non mi risolvessi a dirvelo io, sareste capaci di dirmelo voi, facendomi perdere il merito dell'annunzio. Passin passino, il padre Anacleto se ne andava al romitorio delle Querci.
Il piccolo edifizio fratesco, chiamato con questo nome, sorgeva su d'un poggio alle spalle del convento. Di lassù si allargava la prospettiva, e in mezzo a due contrafforti del monte si spiegava in lontananza una valle, nel cui fondo, ove il cielo si confondeva col piano, appariva qualche cosa di bianco, che doveva essere la piccola città di Castelnuovo Bedonia. Veduto di lassù, il capoluogo del circondario amministrato dal cavaliere Eudossio Tiraquelli non riesciva punto noioso; anzi, il serafino biondo, appena giunto sul colmo dell'erta, aveva dichiarato che quello era l'unico punto da dove si potesse contemplare con qualche apparenza di gusto il suo domicilio legale.
L'eremo prendeva il nome da un filare di querci, che incominciava a vedersi in prossimità della sua vetta. Le querci costeggiavano il sentiero sassoso che metteva a quella solitudine. Ma la più parte degli alberi era stata tagliata dai primi compratori del convento. Restavano solamente cinque o sei querci, dai tronchi bistorti, che avevano avuta la fortuna di non parer buone a nulla, e di esser lasciate in piedi sul ciglio natale, donde protendevano i loro rami sfoggiati su d'una piega laterale del colle.
La pace del luogo era fatta per rasserenare uno spirito anche più turbato di quello del padre Anacleto. Al canto delle cicale, che sembrerebbe così monotono e fastidioso in città, si avvezzava facilmente l'orecchio in quella solitudine aprica. Il saltellare delle locuste, l'aliare delle farfalle di cespuglio in cespuglio, il trapassar veloce delle libellule dal corpo sottile e dai riflessi metallici, tutto, perfino quel confuso tremolìo dell'aria, che sembrava un continuo brulicar di vapori da terra ai raggi assidui del sole, doveva rallegrare lo sguardo del viandante, o, alla più trista, fargli dimenticare per un momento le molestie della vita. Ma all'orecchio del padre Anacleto era giunto un altro rumore, che non gli consentiva di tener dietro al canto delle cicale. E il suo occhio cercava qualcheduno, di cui quel rumore indicava la vicinanza.
Avrete già inteso che quello era un rumore di voci. Esso veniva per l'appunto dalla insenatura del poggio che era protetta dall'ombra delle querci. Il padre Anacleto si avanzò guardingo, per quella propensione naturale che abbiamo tutti a cogliere qualche segreto in aria, e che in lui era accresciuta da ragioni particolari, veramente inutili a dirsi.
Si avanzò guardingo, come vi ho detto, allungò il collo tra due cespugli, e vide…. Vide tal cosa che aveva il torto grandissimo di rassomigliare maledettamente ad una scena d'idillio. Lo saprete anche voi, lettori umanissimi; non c'è cosa che dia noia come un idillio, nel quale noi stessi non abbiamo una parte, ed una parte primaria, per giunta.
Accenniamo la scena. Anzi tutto il padre Prospero, sdraiato sul tappeto, in verità non troppo soffice e non troppo verdeggiante, del prato, con la testa posata contro la sporgenza d'un sasso e col suo fazzoletto sugli occhi, per ripararsi dai raggi del sole che sforacchiavano in alto la frappa. Accanto al padre Prospero il serafino biondo, seduto con una quantità di fiori in grembo. Più lungi, accanto ad un prunaio, il padre Agapito, che stendeva le mani davanti a sè, per cogliere certi ramoscelli fioriti e recarli al serafino biondo.
—Date qua,—diceva il monachino,—e non ne cogliete più altri. Vorreste per caso seppellirmi sotto i fiori? Ce n'ho già per tre ghirlande, non che per una.—