Il padre Agapito si era affrettato ad obbedire, e portava al serafino biondo due bei rami sarmentosi di fiammola. Se nol sapete, la fiammola è la più vaga e la più odorosa delle nostre clematiti. Nasce spontanea ne' boschi e ricinge con le sue braccia flessuose i tronchi degli alberi, s'intreccia coi prunai, serpeggia, s'innalza e ricade graziosamente, facendo pompa di bei fiorellini bianchi e stellati, dal cui mezzo si rizzano gli stami filiformi a pennacchio.

Di que' sottili ramicelli il serafino biondo aveva intrecciata una ghirlanda, e, cedendo ad un moto di vanità infantile, se n'era cinto le tempia. Pareva uno di quei leggiadri fraticelli incoronati, che occorrono così frequenti nelle tavole dipinte del Quattrocento, così piene di poesia e di sentimento religioso.

—Che ragazzate!—esclamò il priore stizzito.

Perdonate questo sfogo di malumore al padre Anacleto. Egli aveva veduto il padre Agapito piantarsi davanti al serafino, e rimaner là estatico, in adorazione, come un domenicano, o un francescano qualunque, al cospetto della Madonna, in una di quelle tavole che vi ho accennate poc'anzi.

Gli era venuta la voglia di balzar fuori dal suo nascondiglio. Ma il pensiero di capitar là come un guastafeste lo trattenne. Era un pensiero pieno di amarezza, che egli non conosceva ancora, o che forse aveva dimenticato da un pezzo. Il povero padre Anacleto stette alquanto sopra di sè, come studiando quel nuovo sentimento del suo cuore; indi scosse sdegnosamente la testa e si allontanò dal suo osservatorio. Lentamente da prima, per non farsi sentire; indi a precipizio, per la via che metteva al convento.

Tratto tratto si fermava lì sui due piedi, senza che ne apparisse il perchè; rotava gli occhi, si mordeva le labbra, crollava la testa, quindi ripigliava l'aìre. Ahi, padre Anacleto! Quanto mutato da quel degno priore d'una volta, che viveva contento a San Bruno, nella placida rinunzia e nel benevolo disprezzo dell'universo mondo! Era lui che aveva inventata la frase. E su lui la natura, eterna prepotente, vendicava l'umanità conculcata.

Niente gli andava a versi, in quel punto; nè il sole, che lo coglieva di sbieco, obbligandolo a torcer gli occhi; nè lo stridìo delle cicale, di cui si accorgeva la prima volta in quel giorno; nè lo svolazzare degli insetti, mosconi e libellule, che venivano a far le capate contro le sue guance imperlate di sudore, o farfalloni e vanesse, che gli facevano davanti agli occhi la loro danza capricciosa. Un bel ramarro verde si soleggiava sul colmo d'uno scoglio, e lo guardava con due occhietti lucidi come rubini. Sapete che il ramarro è l'amico dell'uomo. Io forse un giorno vi racconterò la storia della mia amicizia con due ramarri; amicizia che costò loro la vita. Ma per non allontanarmi dal ramarro del padre Anacleto, vi dirò che il saurio innocente se ne stava lassù, guatando il passeggero e ansando con le fauci semiaperte. Parve al priore di essere canzonato da quella graziosa bestiuola? Od era forse più vero che in quel momento non volesse veder nessuno, nè uomo, nè bestia? Fatto sta che il priore si chinò, raccolse un sasso da terra e lo levò in alto per castigare l'insolente. Per fortuna, il ramarro vide quel braccio in aria, e guizzò via come folgore. Del resto, anche il padre Anacleto, pentito di quel moto di collera irragionevole, lasciava ricadere la pietra.

—Diavolo!—borbottò egli, riprendendo la sua via.—Bisogna farla finita; se no, si perde la pace.—

Tornò al convento, senza fare altre fermate, o monologhi. I suoi frati erano quasi tutti sotto il portico, e in attesa del pranzo stavano ragionando di politica. Vi ho già detto che quell'argomento non era sbandito da San Bruno. Si può parlar di politica senza guastarsi il sangue, quando non c'entrano le ragioni personali, nè di prima, nè di seconda mano; in quella stessa guisa che si può toccare impunemente una vipera, o un serpente a sonagli, se a questi interessantissimi ofidii siano stati strappati prima i denti del veleno. Resta sempre la necessità di toccarli con precauzione, per cansare le strette. E così la politica, anche come discorso accademico, vuol essere trattata coi guanti.

Per quell'onesto riguardo che tutti usavano al padre Anacleto, gli si domandò il suo parere su d'un punto controverso. Ma il priore, che in ogni altra circostanza avrebbe trovato il modo di contentare le due parti, trovando il buono, o almeno la buona intenzione da per tutto, per quella volta si allontanò dal suo metodo e ne disse di tutti i colori. Niente andava più bene in Italia. Si era in un ronco. O saltava il ministero, o si sarebbe andati incontro a grossi guai.