Accanto alla sottoprefettessa, sul canapè di damasco rosso, che era la cattedra pontificale, il sancta sanctorum, e tutto quel che vorrete di più solenne là dentro, sedeva la contessa Gamberini, signora bofficiona e rosea, come contrapposto e compenso all'altra risecchita e giallognola. Tre quattro dame, delle più venerabili di Castelnuovo, sedevano nelle poltrone, vicino al canapè, facendo circolo alle due maggiori divinità. Altrettanti medaglioni mascolini si accompagnavano ai femminili. Erano i notabili di Castelnuovo, il sindaco, l'assessore anziano, il notaio, un magistrato a riposo, e via discorrendo. Pareva di vedere un lettisternio di Numi, sul fare di quelli che gli antichi romani collocavano in un luogo rilevato del triclinio, per avere gli Dei testimoni ed auspici ai loro banchetti. Se l'immagine pagana non vi garba, mettete che il canapè fosse un altare cristiano. Il signor sottoprefetto ne era il sacerdote; ed ora appoggiato ad un bracciuolo, in cornu epistolae, dov'era sua moglie, ora all'altro, in cornu evangelii, dov'era la contessa Gamberini, celebrava i divini uffizi, ministrava il verbo governativo ai fedeli.
Più in là, accanto ad una mensola enorme, su cui torreggiava uno specchio antico, dalla cornice intagliata e dorata, si raccoglieva un crocchio più allegro, sebbene le teste grigie vi abbondassero. Il ricevitore del registro, ottima persona, amante della burletta, intratteneva i suoi colleghi delle ipoteche, delle dogane e dei pesi e misure, con qualche storiella di gioventù e con qualche accenno discreto alla divina bottiglia. Quelli erano gli uomini che attendevano tutto il santo giorno al loro ministero, ma non amavano portarne il ricordo con sè, dopo la chiusura dell'uffizio.
Vicino al pianoforte, dall'altra parte della sala, era un altro crocchio, più numeroso, quello dei giovani. Lo dominava con tutta la sua autorità quadragenaria la signora Morselli, donna stimabilissima, che aveva un solo difetto, quello di credersi un soprano sfogato. Lo temperava, per altro, non cantando mai se non pregata e ripregata. E la pregavano, e la ripregavano sempre, non foss'altro, per sentimento di gratitudine; poichè la sua presenza dava a tutti i giovani dei due sessi un ottimo pretesto per rimanere lontani dal gruppo delle persone gravi, che pontificavano intorno al canapè di damasco rosso. In quel crocchio di giovani, amanti della musica, si degnava di stare più a lungo che altrove la contessina Berta Gamberini. Laggiù si vedevano i pochi zerbinotti di Castelnuovo; farfallini più o meno eleganti, che aliavano dal pianoforte ad una tavola rotonda, su cui, intorno ad una lampada Carcel, piantata in un vaso che voleva parere della Cina, erano disposti gli albi, le strenne, i giornali, ed altre curiosità, che ottenevano di tanto in tanto uno sguardo della signorina Adele Ruzzani.
Berta Gamberini e Adele Ruzzani erano i due poli di quel piccolo mondo.
I due poli magnetici, intendiamoci, e non i geografici, che non mi servirebbero di paragone, così freddi come sono, e circondati di ghiacci millenarii, mentre qui s'ha a descrivere la gioventù che piace e la bellezza che rimescola il sangue.
Berta, a dir vero, non era una bellezza da far ammattire la gente. Inoltre, appariva troppo grave, troppo compassata; e questo, se conferiva alla nobiltà dell'aspetto, nuoceva all'espressione. Ci si vedeva l'alterigia di cinque generazioni di Gamberini, ci si sentiva la degnazione, anche quando, pregata dalle amiche, metteva le mani sulla tastiera del pianoforte. Adele Ruzzani era più bella, più attraente, e, secondo i casi e gli umori, anche più amabile. Per altro, bisognava far l'occhio a certe bizzarrie. Adele Ruzzani portava i capelli corti, tagliati poco sotto all'orecchio, come un paggetto medievale. A taluni la novità piaceva, ad altri no; le amiche sostenevano che i capegli di Adele, scorciati fin da quando era bambina, duravano così, perchè non avevano voluto più crescere. Ma l'acconciatura di Adele Ruzzani era certamente un capriccio. Piacesse, o no, quella zazzerina bionda, che saltellava ad ogni moto del capo, si attagliava benissimo alla sua spiritosa figura. Adele Ruzzani, poi, non amava molto la musica; ballava per mera condiscendenza e non voleva parlar mai di mode. Non aveva i gusti femminili; le piacevano i discorsi gravi, quantunque non isgradisse di variarli spesso, saltando, come suol dirsi, di palo in frasca; si lagnava qualche volta di non sapere il greco e il latino, e prometteva d'imparar l'uno e l'altro alla prima occasione. Quasi sarebbe inutile il dirvi che l'occasione non veniva mai. A quella graziosa birichina mancava sempre il tempo di fare una cosa simile, e di desiderarla per due giorni di seguito.
Ad onta di questi difetti, che parranno piccoli o grossi, secondo il modo di vedere, i giovani facevano tutti la ruota davanti alla signorina Adele. Non sempre ci si trovavano bene, con lei, che aveva l'aria di canzonarli, e che li piantava lì su due piedi, non badando ai loro madrigali, per tener dietro ad un ragionamento di amministrazione, o di politica pura. Sì, Dio buono, anche di politica, che è il colmo dell'abominio.
—O perchè non lascia questi discorsi agli uomini?—si chiedeva qualche volta, vedendo la signorina Adele infervorarsi in quelle miserie dello spirito.
Domanda vana, che risponde ad un sentimento sciocco. Io, per me, vorrei che certi discorsi, con cui andiamo turbando la nostra esistenza mascolina, se li usurpassero pure le donne. Quando odo una bella figlia d'Eva ragionar di politica, Dio mi perdoni, l'abbraccerei. Ecco, io dico tra me, ecco una persona che ci trova gusto, a masticare questo pezzo di sughero!
Adele Ruzzani era dunque una fanciulla capricciosa. Ma, lo ripeto, non faceva fuggire nessuno. Quante cose non si permettono ad una coppia di milioni, quando vestono gonnella? Si può dir corna di quei milioni, desiderare di vederli spartiti, quegli spicchi di settantacinque centesimi, che toccherebbero ad ognuno, secondo i calcoli più diligenti, se la divisione fosse fatta con equità, dal primo dei livellatori all'ultimo dei livellati; ma intanto quei due milioni comandano il rispetto, incatenano lo sguardo. Si fa il filosofo, si torce il muso, si gira, ma ci si casca poi sempre, anche giurando che ciò si è fatto per la bellezza di due occhi, per la freschezza di due guance, e via discorrendo. Il fatto sta che si guarda quella bellezza due volte più delle altre, collocate su d'un piedestallo più umile, e si ha l'aria di voler trovare la ragione di certi riflessi dorati nella cavità dell'occhio e nel sottosquadro della guancia.