—Confessione preziosa!—gridò il padre Costanzo.—Eravate proprio voi, il tentatore.
—Ma almeno non vorrete lasciarci qui su due piedi;—entrò a dire il padre Ilarione.—Siate umano, fratello Prospero!
—Stiamo a vedere che sarò un barbaro, se vorrò togliermi da questa condizione curiosa!
—Curiosa fin che volete. Ma sono veramente i punti curiosi che piacciono nella vita, come piacciono in teatro.
—Dite bene, in teatro. Ci siamo, in teatro. E ci siamo venuti in maschera. Vedete, padre Ilarione? Io non ho mai respirato così bene come ora, che la maschera ci è caduta dal viso e che non c'è più bisogno di cambiar tono di voce.
—Avete fatto una mascherata graziosissima;—osservò il padre Restituto.—Dovreste continuarla per qualche settimana ancora. Via, mettiamo per qualche giorno, se le settimane vi spiacciono. Del resto, non eravate voi soli, in maschera. E noi, che cosa siamo, se non laici in maschera di frati?
—Che gusto ci abbiate, non so;—disse il padre Prospero;—ma credo, col proverbio, che ogni bel giuoco debba durar poco.
—Baie!—ribattè il padre Agapito.—Lasciate che duri quanto può.
D'altra parte, il termine non vi risguarda. Voi dovete obbedire.
—E a chi se è lecito?
—Alla vostra nepote, che vorrà rimanere.