—Rimanere! Che ne sapete voi, padre Agapito?
—Eh, mi riferisco alle sue stesse parole. Ancora questa mattina, al romitorio delle Querci, voi presente in carne ed ossa, se non per avventura in ispirito, ella diceva: sono tanto felice di trovarmi qui! La pace è una gran cosa, e non capisco come tanta gente a questo mondo si faccia in quattro per avere la guerra, come non capisco che si vada in capo al mondo per ammirare un effetto di sole, o di luna, che si ha sotto la mano, in casa propria.—
Il padre Prospero fece un sorrisetto, da cui traspariva tutto il suo amor proprio di zio.
—Cara fanciulla!—diss'egli, come parlando a sè stesso.—E non me le voleva mica far buone, a me, queste ragioni, quando le era saltato il ticchio di andare al polo Artico, o all'Equatore!
—Ella è contenta di star qui;—incalzò il padre Agapito.—E proprio ora, voi vorreste condurla via, perchè le riprendesse il capriccio dell'Equatore?
—State zitto! Non ci mancherebbe altro. Ma come volete che restiamo, se il priore ci scaccia?
—A questo ci penseremo noi. Egli, in una memorabile seduta del nostro capitolo, voleva tenere il padrino. Perchè oggi muta d'avviso? Gliene faremo questione.
—Ma….—ribattè il padre Prospero, che, tant'è, non se la sentiva di morire a San Bruno,—se le mie informazioni sono esatte, eravate voi che non volevate il padrino in convento. Perchè oggi mutate d'avviso? Io ve ne faccio questione.
—Fratello Prospero, volete saperlo? Volete proprio saperlo?—disse allora il padre Agapito.
—Sì, perbacco; quantunque mi sembri d'averlo già indovinato, il vostro segreto, ho una gran voglia di vedere come farete a spifferarmelo in tre.