e la sua nepote Adele Ruzzani, ringraziano il padre Anacleto, priore di San Bruno, della cortese ospitalità ad essi accordata. Ne serberanno grata memoria e rivedranno assai volentieri l'amico, in Castelnuovo Bedonia (palazzo Ruzzani, via S. Michele, N. 8) se egli vorrà ricordarsi de' suoi riconoscenti novizi ed amici.
Il nome del signor Prospero, come potete immaginare, era stampato; il resto era fatto a penna, e con una leggiadra mano di scritto, che non doveva esser quella del signor Prospero.
—Ah serafino! serafino!—esclamò il padre Anacleto, sospirando, poi ch'ebbe letto due volte.
Non era più il caso di aspettare un sonno che per tutta notte non aveva voluto scendere sulle ciglia del padre Anacleto. Il priore uscì dalla sua cella, e andò a passeggiare nel chiostro. Il luogo era deserto; peggio ancora, senza luce, quantunque incominciassero a penetrarvi i primi raggi del sole. Ma voi capirete benissimo che qui si parla per via di metafora, seguendo il pensiero del padre Anacleto, che ricordava in quel punto il verso dantesco:
Io venni in loco d'ogni luce muto,
e ben presto avrebbe potuto aggiungervi i due seguenti, che dànno intiera la terzina:
Che mugghia, come fa mar per tempesta,
Se da contrarii venti è combattuto.
Infatti, quella mattina, all'ora del refettorio, il padre Anacleto fu posto in mezzo da' suoi conventuali, che cominciarono a tempestarlo di domande.
—Padre priore!
—Orbene?