—Lo capisco, ma si può andare a casa per fuggire da capo, oggi stesso o domani. Senti, ragazza mia, le ciarle di Castelnuovo mi spaventano. Tra noi e gl'importuni ci vorrei mettere un mese, almeno una quindicina di giorni, di cui si potesse dire dove li abbiamo passati. Intanto, nel nostro soggiorno temporaneo, si vedrebbe, si concerterebbe….
—No, non me ne parlare; non voglio.
—Non voglio, è una grama ragione.
—E poi, per viaggiare, fa troppo caldo.
—Oh, eccone una, che è molto seria, in verità! Come se qui presso, e con la tonaca del convento, si fosse stati al fresco!—
Questo dialogo, e il rimanente che si ommette per brevità, occorreva tra il signor Prospero Gentili e la sua bionda nepote, Adele Ruzzani, all'alba, nella discesa tra il ponte di San Bruno e la vallata sottostante, dove i nostri due personaggi erano aspettati per salire in carrozza.
Erano usciti dal convento alle cinque del mattino. L'ordine di far venire la carrozza laggiù era stato dato dal padre Anacleto la sera antecedente, subito dopo il colloquio in giardino. Era necessario provvedere in tempo, perchè lassù le carrozze non potevan giungere, non avendo gli antichi frati pensato mai a condurre una strada carrozzabile fino alla vetta del monte.
Come dovessero accogliere la notizia di quella partenza i frati nuovi, lascio argomentare a voi. Essi non si erano avveduti, non avevano sospettato di nulla in quella sera, perchè il padre Anacleto avea fatto il suo colpo alla chetichella, da quell'uomo savio e prudente che era. Povero padre Anacleto! La sua prudenza e la sua saviezza non lo avevano mica salvato dalle interne burrasche. In quella notte che era l'ultima del soggiorno di quel monachino biondo al convento, il padre Anacleto aveva passato ore d'inferno. La pena dei trasgressori dell'undecimo comandamento, che il monachino biondo non gli aveva voluto dire, lasciandogli la cura d'indovinarla da sè, egli già incominciava a scontarla. E ne sentì più acerbo lo strazio nell'anima, quando, allo scoccar delle cinque del mattino, gli venne udito un rumore di passi nel corridoio; indizio certo di una aspettata partenza.
Pochi minuti dopo le cinque, erano venuti a battere all'uscio della sua cella. Era andato ad aprire e il fratello Giocondo gli aveva recata una carta di visita, triste saluto degli ospiti che erano partiti pur dianzi. La carta diceva per l'appunto così: