—Vorreste dubitare della mia parola?—chiese il padre
Anacleto.—Mettete che io sia stato uno sciocco, e sarete nel vero.
—Il priore ha ragione;—entrò a dire il padre Marcellino.
—Grazie!—rispose il priore, inchinandosi.
—Oh, non già per la patente di sciocco, che vi siete data da voi;—replicò il padre Marcellino;—ma per quel rispetto che merita una vostra affermazione. Voi dite che una cosa non è, e noi tutti dobbiamo credervi. Non ci avete mai dato argomento a sospettare il contrario.
—È vero! è vero!—gridarono tutti.—Anche il padre Agapito dovrà convenirne.
—Farò di più, o signori;—disse il padre Agapito, confuso.—Padre
Anacleto…. conte Gualandi…. volete voi stringermi la mano?—
Il padre Anacleto gli dischiuse le braccia, fra gli applausi di tutta la comunità.
Quell'abbraccio amichevole, riscaldò il padre Agapito, al secolo Mario
Novelli; l'applauso dei colleghi gli fece perdere la tramontana.
Anch'egli si trovò in vena di schiettezza e di magnanimità.
—Potrei dire al priore, a tutti, a tutti voi,—cominciò egli,—che ognuno è libero di farsi avanti col serafino. Ma, ohimè, signori! Nel cuore del serafino è posto occupato. Ieri mattina, mentre io cercavo di guadagnar terreno, ho dovuto accorgermi della triste verità. Accennavo Agapito, e mi si rispondeva Anacleto; tanto che mi seccai e proposi di ritornare al convento. Priore, è una brutta cosa, la gelosia. Ma essa non farà velo alla mia coscienza. Voi siete un cavaliere, e siete anche migliore di me. Sì, lasciatemelo dire, siete migliore di me. Voi non avete parlato, e la signorina Ruzzani è partita da San Bruno. Io, invece, ho cercato di parlare…. e non sono stato ascoltato. Eccovi la mia confessione, sincera come la vostra. Restiamo in pace, signor priore?
—Restiamo;—disse il padre Anacleto.—Soltanto vi domanderò di lasciare da banda il titolo. Non voglio esser priore; voglio rimanere l'ultimo dei frati di San Bruno. Ricorderete tutti che ve l'ho detto da un pezzo.