Due giorni dopo quella sua famosa conversazione sotto il loggiato, egli vedeva di bel nuovo il suo interlocutore ed amico, il futuro commendatore signor Prospero Gentili.
—Orbene, come vanno le cose?—gli aveva chiesto senza dargli tempo di esporre le ragioni della sua visita mattutina.—A me pare che ci sia un progresso. L'ha notata anche Lei, l'attenzione vivissima con cui la sua bella nepote ascoltava l'altra sera il duca di Francavilla? È un buon segno; che ne dice?
—Sì, un buon segno,—ripetè il signor Prospero con aria distratta.
—Che? Non le pare?—gridò il sottoprefetto, che coglieva le mosche per aria.
—Ho forse detto il contrario?—chiese il signor Prospero, prendendo una scossa improvvisa.
E dentro di sè aggiunse:
—Non ci mancherebbe altro! Dopo che quella birichina m'ha fatto giurare!….
—No;—rispondeva frattanto il sottoprefetto;—ma credevo che Ella ci avesse ancora qualche dubbio.
—Per me, niente affatto;—ripigliò il signor Prospero.—Quantunque, per esser sicuri, sarà utile di parlare con lei.
—Lo faccia una volta, al nome di Dio. Se non lo fa Lei, chi ha da farlo?