—Quantunque, che cosa?

—Quantunque, dopo la spiegazione che Lei mi ha data sulle gioie e sui nidi, sarebbe quasi inutile; non le pare?

—Sì, ma, anche a prevedere una risposta, è chiaro che bisogna provocarla. E oramai, più presto si fa, meglio è. Io la consiglierei di parlarne a dirittura in viaggio. E mi scriva, sa? Appena ha qualche cosa di nuovo, me ne avverta. Se c'è un sì chiaro e tondo, lo mando per telegrafo al ministro. E la commenda vien subito.—

Il signor Prospero sospirò. Quella benedetta commenda, egli non l'aveva mai veduta così lontana come in quel punto.

Il mercoledì seguente fu freddo, almeno nel salotto della sottoprefettura. Il duca di Francavilla, che per solito era così gentile, così premuroso, con tutte le dame, giovani e vecchie, belle e brutte di Castelnuovo, per modo che non si sapeva quali fossero le sue preferenze, il duca di Francavilla scoperse quasi il suo giuoco, mostrandosi distratto nella conversazione, svogliato nel ballo, infastidito d'ogni cosa. La contessina Berta ebbe un bel tormentare il cembalo; non le toccò neppure un complimento. Ed anche lei fu noiosa parecchio. Le amiche trovarono che i suoi nervi erano più aristocratici del solito. E il ricevimento della sottoprefettura risentì di quella diversità d'umori; se non fosse stato il ricevitore del registro, che era sempre uguale a sè stesso, sarebbe parso un mortorio.

—Dunque, la bella Ruzzani è partita?—chiese la contessa Gamberini alla sottoprefettessa, su quel canapè di damasco rosso che i lettori conoscono.

—Sì, è andata a Milano per certe spese.

—Un matrimonio alle viste?

—Eh!—rispose la sottoprefettessa, non dicendo nè sì nè no.

—Qui non c'è nessun partito per lei, ch'io mi sappia;—ripigliò la contessa, cercando di scoprir terreno.