—Oh, non ci mancherebbe altro, che io le dessi l'esame e le suggerissi la risposta! Vada là; faccia le sue indagini, mi sappia dire la cosa più facile del mondo, ed io…. le restituirò la mia stima.—
Il delegato se ne andò, con la sua lavata di testa. Come fu nelle scale, si messe a ridere.
—Sono uno sciocco io, a spaventarmi di queste alzate d'ingegno!—diss'egli.—Questo rogantino è in collera col Gentili, che gli ha detto una cosa per un'altra. Non sa nulla e vuole appoggiarsi a me, senza parere di averne bisogno. Contentiamolo, via! I superiori son tutti così. Tutto sta a saper conoscere l'umore della bestia.—
VII.
Nella sottoprefettura di Castelnuovo Bedonia era già il secondo mercoledì senza Adele Ruzzani. L'astro maggiore si nascondeva, e il cielo, quantunque ci avesse in mostra tutti i minori, pareva orbo di luce. Queste cose, per altro, non bisognerebbe andarle a dire alla contessina Berta Gamberini, nè alla contessa Beatrice, sua madre. Secondo la loro opinione, dove son esse c'è tutto, o, per dire la cosa con un po' di modestia, non ci manca più nulla.
Il sottoprefetto ignorava ancora che diavolo fosse accaduto del signor Gentili e della sua bella nepote. Quella cima del delegato non ne sapeva di più, quantunque, per far le cose a modo e venire in chiaro di tutto, avesse mandato le guardie travestite a prender lingua in casa Ruzzani.—I padroni sono andati a Milano;—rispondeva il segretario.—A Milano;—soggiungeva il maestro di casa.—A Milano;—ribadiva il cuoco.—A Milano;—ripeteva lo sguattero. Se in casa Ruzzani ci fosse stato anche un pappagallo, son certo che il signor Borgnetti ci avrebbe avuto una testimonianza di più per l'andata a Milano.
Chieder notizie in casa degli assenti, non era di sicuro il miglior mezzo per averle autentiche. Ma il delegato non sapeva a qual santo votarsi; tanto più che il santo dei questori e dei delegati di pubblica sicurezza non è ancora stato fissato, ed è forse un po' tardi per pensarci adesso. In città mancavano a dirittura le tracce dei colpevoli. La loro carrozza li aveva trasportati alla stazione della strada ferrata, e laggiù facevano coincidenza due volte al giorno i treni diretti, per modo che non si poteva argomentare dall'ora, se fossero andati a levante o a ponente. I carabinieri, mi direte. Ma in quel tempo c'era dissidio tra i carabinieri e la pubblica sicurezza; dissidio che credo non sia anche stato composto. I carabinieri, interrogati sulla partenza del signor Gentili, avevano risposto: noi andiamo alla stazione per vedere le facce sospette; il signor Gentili non era una faccia sospetta, dunque…. Il sillogismo non faceva una grinza, e i carabinieri non dovevano sapere se il signor Prospero fosse andato da quella parte, anzi che da un'altra. Ma era proprio partito? I carabinieri si stringevano nelle spalle. Neanche questo li riguardava. Il carabiniere non ha che la consegna; ora, quando la consegna non dice di ricordarsi di un fatto, il carabiniere può benissimo dimenticarlo; meglio ancora, non osservarlo.
Così restavano le cose, al regime del buio pesto. Intanto il sottoprefetto non poteva sfogare con nessuno quella rabbia che aveva in corpo; doveva fremere e tacere; sopra tutto tacere, anche col duca di Francavilla, che ad ogni tanto gli toccava il tasto delicato della propria felicità.
—Orbene, cavaliere, quando tornano i nostri viaggiatori?
—A giorni, signor duca, a giorni. È impaziente?