—Oh, non è per discutere. Dico che non capisco. Ma già, io non ho da capire. Fo il portinaio, io, il cantiniere, il fattorino, e il cerimoniere a tempo avanzato.
—Questo cumulo di occupazioni servirà a tenervi in esercizio;—disse il padre Bonaventura ridendo.—Ingrassate troppo, fratel Giocondo!
—I dispiaceri, padre, i dispiaceri!—
E fratel Giocondo se ne andò alla sartoria, per prendere le due tonache.
La voce dell'arrivo dei due ospiti nuovi si sparse subito per tutto il convento. Quel giorno, al refettorio, ci doveva essere un gran movimento di curiosità. I frati del nuovo ordine di San Bruno vivevano bensì fuori del mondo; ma un piccolo resto della vita passata non poteva non esserci negli animi loro, come non può non esserci in fondo al bicchiere quell'ombra di rosso che è indizio del vino da poco tempo bevuto. E poi, non si è mica detto che quei bravi eremiti rinunziassero ad ogni consuetudine della vita. Si erano formato il loro piccolo mondo, ma il piccolo mondo non esclude un movimento di curiosità; specie quando questa curiosità risguarda le persone che vengono a far vita con noi.
Alle cinque del pomeriggio la campana del convento suonò l'appello al refettorio. Tosto sbucarono i frati dalle loro celle, con una prontezza e con una simultaneità, che facevano credere aver essi aspettato quel momento con la mano sul saliscendi. C'erano tutti, presenti; il padre Anacleto, priore, e i padri Anselmo, Bonaventura, Natale, Restituto, Ottaviano. E tutti, andando lungo le arcate del portico, mandavano la loro sbirciatina agli usci delle due celle, da cui dovevano escire i nuovi ospiti del convento di San Bruno.
Uno di quegli usci si aperse, e ne balzò fuori un coso tondo, un cor contento in tonaca da frate. Era il signor Prospero. Alcuni secondi dopo si aperse l'altro e ne usci un bel padrino, su cui si posarono gli sguardi curiosi di tutta la famiglia fratesca. Dio santo, che figura d'angelo fatto frate! Angeli, arcangeli, serafini, cherubini, troni, dominazioni, virtù, potenze, principati, ditelo voi, a quale dei vostri cori e delle vostre gerarchie appartenesse quel gentile padrino biondo, con que' labbruzzi vermigli, quelle guance rosse e quegli occhietti ladri. In verità, io vi dico, se non fosse stato per quegli occhi, il padrino sarebbe stato preso per una monachina. Lo avrebbero forse lasciato supporre le guance che si tingevano del "color di fiamma viva"; ma il padrino, sicuramente, si era fatto forza, si era armato di coraggio, aveva alzato que' suoi occhietti pieni di malizia, aperte le labbra ad un sorriso arguto; ed ogni sospetto era svanito.
—Così giovane e venire a rinchiudersi qui dentro!—esclamarono i padri, raccolti in osservazione davanti all'uscio del refettorio.
Il priore udì quelle parole, che potevano essere anche un mezzo rimprovero alla sua condiscendenza soverchia. E, per farla finita con ogni mormorazione, così prese a parlare, indicando i nuovi venuti:
—Fratelli, vi presento due ospiti, due compagni, il padre Prospero e il padre Adelindo. È forse un po' troppo giovane, quest'ultimo, ed io non ho lasciato di osservarglielo. Ma egli a nessun patto vuole restar diviso da suo zio, e fa nobilmente sue le tristi cagioni che allontanano il padre Prospero dalle vanità e dalle afflizioni del mondo.—