—San Bruno adolescente!—soggiunse il padre Ottaviano.

—Dite piuttosto santa Teresa, o qualche altra santa claustrale;—entrò a dire il padre Marcellino.

Quel paragone femmineo, del resto naturalissimo per chiunque avesse veduto in quel punto il fraticello solitario, ritto in piedi sull'ingresso della caverna, turbò fortemente il padre Prospero, che temeva sempre di vedere scoperto il segreto della signorina Adele Ruzzani, sua bella e capricciosa nepote.

—-Sì, infatti….—balbettò egli.—Il mio nepote ha una faccia che sembra piuttosto una ragazza. Beato lui, che conserva la sua gioventù!

—Rimpiangereste forse la vostra?—domandò il priore.—Essa non vi servirebbe a nulla, nel chiostro di San Bruno.

—Eh, dopo tutto,—rispose il padre Prospero,—ed anche a non servirsene affatto, mi pare che la gioventù…. Ditelo voi, padre Tranquillo, che sapete tante cose. La gioventù è proprio così inutile, come mostra di credere il nostro degno priore?

—La gioventù,—disse il padre Tranquillo,—è uno degli elementi della salute. Direi quasi che è il solo. Almeno,—soggiunse, temperando la frase,—si potrebbe sostenerlo con qualche apparenza di verità. Infatti, tutto ciò che noi facciamo per la nostra salute, quando la gioventù se n'è andata, non è che un seguito di palliativi, più o meno felici, per dissimulare la mancanza di un elemento essenziale.—

Ne parlavano con molta tranquillità, di palliativi e di salute, essendo tutti così giovani, che il più vecchio di loro passava a mala pena i quaranta. Ed era strano il vederli, anche più strano del vedere quel biondo serafino in abito di frate; era strano, dico, di vedere tanti uomini, giovani ancora, e già stanchi delle tempeste della vita; stanchi delle tempeste, e così felici, così allegri nella piccola compagnia di naufraghi che erano riusciti a formarsi entro una piega dell'Appennino. Il contrasto tra il grande e il piccolo mondo, tra la società naturale e l'artificiale, non poteva essere più spiccato di così. E il vantaggio restava alla società artificiale, per la semplicissima ragione che la naturale si è fatta da sè, laddove l'artificiale ce la foggiamo da per noi, e ci prendiamo gusto fino a tanto che dura.

Ma in fin de' conti, o non è la medesima cosa nel gran mondo? L'umanità vive, con tutti i suoi dirizzoni e con tutte le sue tirannie; noi in quella vece passiamo. Guastarci il sangue, che giova? O non è forse meglio lasciar correre tutto ciò che vuol correre, e lasciar stare tutto ciò che vuol stare? A voler fare diverso, non si cava un ragno da un buco. Lasciate pure che gridino contro l'egoismo del piccolo mondo, e contro la stravaganza delle società artificiali. Al diritto della tirannia si contrappone il diritto della resistenza; e sono naturali ambedue.

Vi siete già accorti, o lettori, che io cedo un pochettino all'influsso dell'ambiente. Sto coi frati e zappo l'orto.