—Si osservino dunque le consuetudini.

—Che consuetudini d'Egitto! L'assemblea è sovrana.

—Oh, insomma, sapete che cosa v'ho a dire?—tuonò il priore, dominando per un istante quello schiamazzo infernale.—Che siamo una gabbia di matti.

—La voce ne è corsa da un pezzo;—osservò il padre Marcellino, che non aveva aperto bocca fino a quel punto.

I congregati ruppero in una sonora risata. Non era una bella cosa, ne convengo; ma infine, che ci posso far io, se l'osservazione del padre Marcellino ruppe le parole in bocca ai contendenti e fece smascellar dalle risa quella grave assemblea? Non è solamente contagioso lo sbadiglio; anche il riso, quando prorompe a tempo, muove il fegato più indurito del mondo. Figuratevi! Non seppe tenersi dal ridere neanche il padre Anacleto, con tutti i gravi pensieri che gli giravano in testa.

Come si fu chetato quello scoppio d'ilarità, il padre Atanasio così prese a parlare:

—Abbiate pazienza, priore, e compatite le nostre follìe. C'è molta elettricità per aria, ve lo dicevo ben io! Si scaricherà, come e quando potrà. Intanto, se volessimo rimandare ogni decisione…. Che ve ne sembra?

—Rimandiamo!—gridò il padre Anselmo.

—Sì, sì, rimandiamo!—gridò il padre Bonaventura, mentre gli altri, in maggioranza facevano eco.

—E sia. Quantunque il rimandare la decisione lasci il vostro priore in una condizione difficile, rimandiamo pure;—disse il padre Anacleto.—Ma badate, o signori, metto una condizione. Siamo cavalieri! Fa bene alla salute, dopo tutto; ed è una consolazione morale, in un tempo come questo, che il mondo gira al mal animo e alla cattiva educazione. Siamo cavalieri, o signori, e i nostri novizi, uomini o donne che siano, non abbiano fumo dei nostri sospetti.