L'impresario non sa darsene pace. È una brutta cosa dover restituire 22,000 lire, chè tante ne erano entrate in cassa quel giorno. Ma il caso dello spettatore è anche più brutto. Il biglietto d'ingresso, secondo la tarifia del teatro, val quindici lire? Gli restituiscono puntualmente le sue quindici lire. Ma quel biglietto egli lo aveva pagato sessanta in un bureau di fuori via, che naturalmente non restituisce nulla, perchè non era lui il mallevadore della rappresentazione. E così avviene che il sullodato spettatore abbia pagato quarantacinque lire per non veder nulla, e per sentire altrettanto. In verità, è troppo caro.
Del resto non vi lagnate; se siete buongustai, non avete perduto altro che l'occasione d'un disinganno. L'esecuzione musicale è meschina; le decorazioni son tutto. Questi famosi spettacoli (e qui non parlo solamente per l' Académie nationale de musique ) si reggono per la moltitudine degli spettatori, che si dànno la muta ogni sera; il buon esito è assicurato da una claque intelligente: la riputazione è formata da una critica, anche più intelligente della claque.
Per queste ragioni, ed anche un pochino per questi pericoli, rinunzieremo a certe musiche grandiose e andremo a sentire la musichetta dei caffè cantaiuoli. Sono veri teatri, questi caffè, somiglianti a certe arene d'Italia; platea all'aperto, qualche volta protetta da un velario; quattro alberi intorno, ma non sempre; il palcoscenico in fondo, elegantissimo, con grandi specchiere, lampadari, fiammelle di gasse; queste poi a centinaia, a migliaia, sotto tutte le forme conosciute dal cavaliere Ottino, ed altre ancora, dentro e fuori del recinto, imprigionate in bellissimi globi di cristallo. Bisogna trovarsi sull'imbrunire ai Campi Elisi, in questa amenissima passeggiata che dalla piazza della Concordia mette all'Arco della Stella e al Bosco di Boulogne; le fiammelle di tutti quei caffè, vedute attraverso le piante, riescono d'un effetto magico, fantastico, e…. trovate voi gli altri epiteti, perchè io ci perdo la scrima. Di tanto in tanto un concertino di corni da caccia vien fuori ad avvertirvi che quelle fiammelle dei Campi Elisi non sono le anime dei giusti, e che potete entrare liberamente anche voi. Entrate di fatti, o all' Alcazar, o agli Ambassadeurs, o all' Horloge; ai primi posti sborserete tre lire, ai secondi la metà, sotto forma di pagamento per un gotto di birra, o per un mazagran (caffè in bicchiere) che avrete domandato al tavoleggiante e che egli vi avrà posto su d'un listello orizzontale di latta, appiccicato alla spalliera d'una sedia, che sarà in linea perpendicolare davanti alla vostra. Inutile il dirvi che per una seconda portata si paga da capo, ma non più così caro.
Frattanto, sul palcoscenico le cantilene si succedono e si rassomigliano. La più parte sono sciocchezze, senz'altro sugo che quello di un doppio senso fatto abilmente capire, o dalla bellezza, o dalla grazia, di chi canta e gesticola; bene inteso, se chi canta e gesticola appartiene al «devoto femmineo sesso.» Le voci, per solito, si fanno desiderare; gli abbigliamenti sono elegantissimi e spesso anche limitatissimi. Intorno alla cantante, o al cantante, sedute su certi canapè, come in un salotto e durante un concerto di società, si vedono spesso dieci dodici tra baronesse e contesse di princisbecco, le quali non hanno altro ufficio che di muovere il ventaglio, di guardare a destra e a sinistra sicut leo rugiens, e di mostrare i denti, quaerens quem devoret. Di queste dame non è piccol numero neanche in platea. Guai a voi, se siete Mozambicco, cioè a dire non avvezzo a queste magnificenze; la testa vi gira, e, nell'uscire dal tempio, non vedete più i meandri della sacra selva, donde vi bisogna uscire, per tornarvene a casa. Fortunatamente, non è lontana la piazza della Concordia, coi suoi mille lampioni accesi, colle sue statue colossali in giro e col suo obelisco nel mezzo. Arrivate là, guidato da quella gran luce; vi parrà d'essere in Alessandria d'Egitto. L'obelisco di Cleopatra vi guarda; se non siete Marc'Antonio, ci scatta poco.
Ho citato tre caffè cantaiuoli, ai Campi Elisi. Poco distante è il Mabille, un giardino dove si balla, cioè, correggo la frase, dove si vede ballare. Il luogo ha più fama che non meriti; i forastieri ci vanno in folla e ne ritornano disillusi, qualche volta stomacati. Bullier, una variante, o riscontro di Mabille, è sull'altra riva della Senna; gli studenti ci abbondano. Il faut que jeunesse se passe. Non dico di no; purchè passi all'esame!
Un teatro, o caffè, o giardino, più curioso di tutti è parso a me quello delle Folies Bergères, poco discosto dal boulevard Montmartre. C'è un teatro chiuso, con gallerie, platea ed orchestra; c'è un giardino, colla sua brava fontana zampillante nel mezzo, ma tutto coperto da cristalli e anch'esso con gallerie che corrono torno torno; un medesimo vestibolo vi conduce al bivio, anzi al trivio del giardino, della platea, delle scale, che mettono su, alle gallerie dell'uno e alle logge dell'altra. Da per tutto i deschetti di zinco; da per tutto i tavoleggianti, pronti a servirvi; in alcuni punti di passaggio i banchi, a cui siedono le rappresentanti dell'autorità padronale; tra queste una giovine donna, con veste scollata, i baffi e le fedine lunghe un palmo, che sta a sentire, col suo sigaro ai denti, le giaculatorie dei gommeux, in adorazione davanti a lei. Lungo gli anditi e le gallerie è una processione continua di viscontesse e di duchesse Christophle, sfarzosamente vestite, che vi passano daccanto, distribuendo occhiate imperatorie. Potete offrir loro un rinfresco; la galanteria francese non lo impedisce, e Baiardo nei panni vostri farebbe lo stesso. Se non lo fate, niente di male; son tanto alla mano, quelle gran dame, che quel rinfresco, alla vostra tavola, sono capaci di offrirselo da sè.
Qui, lo confesso, fui Mozambicco, rimasi a bocca aperta, cogli occhi sbarrati, davanti a tanto spreco di luce, di eleganze, ed anche di povera carne umana. Triste spettacolo, per un moralista dell'antica maniera! Uno della nuova vi asserirà che il chiudere questi ritrovi non muterà le condizioni fisiologiche, o patologiche, del «cervello del mondo.» Io credo che sarebbe già un tanto di guadagnato a togliere la mostra, e che tante disgraziate coscienze perderebbero l'incentivo. Un tempo si diceva: le roi s'amuse: ora Parigi ha preso il posto e fa le veci del re; per divertire Parigi e i suoi centomila ospiti di tutto l'anno, occorre molta gente in scena, qualunque sia lo spettacolo. L'operaia del giorno è figurante di sera; il figlio di Parigi, chiusa la bottega, va a fare il romain, il claqueur, n'importe quoi, in un teatro qualunque; magari il ballerino a Mabille. Egli pure si diverte, e si diverte gratis, aiutando a quest'opera di corruzione intensiva, che rende così piacevole agli uni, così molesto agli altri, il soggiorno di Parigi. Il garzone del mio parrucchiere, un bravo ragazzo, dopo tutto, che legge due volte alla settimana il Journal des abrutis, e lo capisce, mi ha confessato di fare ogni sera il claqueur al teatro dello Châtelet, contribuendo largamente al trionfo dei Sept Châteaux du Diable, rappresentazione fantastica, mimica, coreografica, lirica e melodrammatica, che abbraccia tutti i generi, e ne rasenta degli altri.
Questa féerie dello Châtelet meriterebbe una lettera da sola. Siamo nel prologo all'inferno, dove Belzebù si cruccia di non aver più carne per la sua pentola. Un diavolo agli sgoccioli, come vedete, e a Parigi! Che cosa fa lui, per rimediare a questa carestia? Corre in Bretagna, a perseguitare due contadinotte, le quali hanno fatto voto di andare in pellegrinaggio ad un santuario dei più reputati; le fa passare per sette tentazioni, corrispondenti ai sette peccati capitali, in sette castelli incantati, l'uno più meraviglioso dell'altro. Ma ohimè, povero diavolo! Le contadine arrivano al santuario, in barba sua; un po' sbattute, se vogliamo, un po' lacere, ma finalmente ci arrivano, in compagnia dei loro innamorati, cantando, ballando, curiosando, attraverso il serraglio di Stambul, le piazze di Ninive, il regno di Gargantua, ed altri luoghi consimili, che dànno occasione allo scenografo, al macchinista, al corpo di ballo, di farsi un onore immortale.
Non meno portentosi di quelli dello Châtelet, sono gli spettacoli dell'Hippodrôme. Il teatro, tutta in ferro, capace di diecimila e più spettatori, ha un'arena, che è vasta, a giudicarne così ad occhio e croce, come quella del Colosseo. Figuratevi che tutti gli artisti, perfino i clowns, quando vengono a fare i loro giuochi, entrano nell'arena in carrozza a quattro cavalli, cogli staffieri dietro, tutti incipriati, pronti a saltar giù, per aprir lo sportello ai gloriosi mattaccini. I giuochi sono stupendi, qualche volta paurosi, come quello dell'Atlante che si porta su, colla punta dei piedi, il suo globo di cartone per una spirale alta cinquanta metri, e se lo riporta giù, collo stesso metodo, su quella lista di legno, larga cinquanta centimetri, senza ringhiera, e con una inclinazione del quaranta per cento. Bella sicurezza d'occhio e bella forza di punte! Ad ogni intermezzo, poi, compariscono i nani e il gigante cinese; i nani sono alti sessanta centimetri; il gigante due metri e trentacinque; dico trentacinque. Quando gira attorno, avvicinandosi alle gradinate, e sorride, si ha paura d'essere attratti, mandati giù per quella bocca, come un rosso d'uovo. Ultima è sempre una pantomima, in cui c'entrano tornei medievali, mostre di cento cavalli, di splendide armature d'acciaio, colla solita moltitudine di figuranti; parigini e parigine, che ingrossano la compagnia equestre, e mostrano (chi vorrebbe negarlo?) di prendere amore al lavoro.