Meglio alloggiati i senatori, nel grazioso teatro edificato da Luigi XV per la signora di Pompadour, che morì cionondimeno senza vederlo finito. In questo teatro, che s'inaugurò per le nozze di Luigi XVI col Perseo di Lulli, con l' Atalia di Racine, col Tancredi e con la Semiramide di Voltaire, si diede nel 1789 il malaugurato banchetto delle guardie del corpo al reggimento di Fiandra, donde vennero tutti i guai della famiglia reale.
Quella festa, a cui erano stati invitati gli ufficiali della guardia nazionale di Versaglia, aveva un intento riposto, di rinfiammare la devozione degli ufficiali del reggimento di Fiandra, da pochi giorni arrivato colà. Una mensa di trecento posti, in forma di ferro di cavallo, era collocata sul palcoscenico; nell'orchestra erano le musiche dei due corpi; i soldati, che avevano fatto lega, stavano in platea; molti spettatori, senza mestieri di biglietto d'ingresso, erano stati ammessi nei palchi. Alle frutte, il re e la regina, accompagnati dal Delfino e da sua sorella, apparvero dal palco reale, nel punto che l'orchestra suonava l'aria: « O Richard, o mon roi, l'univers t'abandonne ». Le accoglienze furono entusiastiche. L'orchestra allora mutò registro, suonò un'aria del Disertore, notissima allora: « Peut-on affliger ce qu'on aime? » Palco scenico e platea andarono in visibilio; parecchi militi della guardia nazionale, spregiando la loro assisa, rivoltarono le coccarde tricolori. La moltitudine, briaca della sua propria allegrezza, ricondusse la famiglia reale ne' suoi appartamenti. L'esaltazione era al colmo; si ballò sotto le finestre del re, gridando tutti gli abbasso analoghi alla circostanza e tutti i morte più furibondi ai nemici del trono.
Ma pur troppo quella scenata (chiamiamola così) doveva avere il suo contraccolpo a Parigi. Si esagerò forse lo scopo del banchetto e la parte attiva che ci aveva presa la regina; le minacce contro l'Assemblea furono raccolte e commentate; la carestia, che in quell'inverno aveva ridotto troppa gente alla fame, non era certamente consigliera di prudenza nè di magnanimità. Il banchetto si era tenuto il 1.° ottobre; la mattina del 6 il popolo, aizzato da' suoi sobillatori, accompagnato dal Lafayette, che voleva moderarlo, prese la via di Versailles, si condusse a furia sotto le mura del castello e penetrò nella Corte di marmo.
Maria Antonietta, a cui, ne' gravi momenti, non venne mai meno l'ardire, si presentò alla folla, da un verone del primo piano, accompagnata dal Delfino e da madama Reale.— Non vogliamo bambini! —gridarono mille voci sdegnate; e la regina, sfidando il pericolo che le era chiaramente presagito da quel grido feroce, rimandò i suoi due figli, inoltrandosi da sola verso il popolo, come una vittima consacrata alla morte. Ed era tale davvero. Lafayette, avvicinandosi a lei, poteva proteggerla per allora col lustro della sua fama. Il re, chiamato a sua volta, e accolto col grido: «venga a Parigi» potè rispondere che si sarebbe volentieri commesso, con la moglie e coi figli, alla guardia de' suoi fedelissimi sudditi. Ma quella pace piena di rancore, quella partenza immediata per Parigi, che dava alla moltitudine la misura del poter suo e della obbedienza paurosa del suo re, segnavano la condanna di morte per Luigi Capeto, per l'Austriaca e pel lupicino reale. Perchè lupicino? Forse per dire con una sola parola e per via di contrapposto che i delfini, animali d'acqua salsa, non si ammettevano più.
La carovana partì da Versaglia quel giorno medesimo, 6 ottobre 1789, al tocco dopo il meriggio. Si racconta che, passando per una galleria del palazzo, davanti ad un ritratto di Carlo I d'Inghilterra, Luigi dicesse, quasi divinando il futuro: «Il mio destino sarà come il suo». Da quel giorno il castello di Versaglia rimase disabitato. Ci andarono tratto tratto, in occasione di qualche festa, i sovrani che ebbe ancora la Francia, dopo la sua grande rivoluzione. Luigi Filippo, per esempio, quando ebbe fondato il museo nazionale di Versaglia, lo inaugurò col Misantropo di Molière, due atti di Roberto il Diavolo di Meyerbeer e una commedia di Scribe, rappresentati nel teatro di Luigi XV. Ma il figlio di Filippo Eguaglianza non si trovò bene colà. Troppi ricordi lo molestavano; e tra i ricordi, qualche rimorso…. di famiglia. Nel 1848, scacciato anche Luigi Filippo, i membri del Governo provvisorio, ordinarono in quel teatro un concerto; la guardia nazionale, forse per purificarlo dalle memorie di poco civismo della sua antenata del 1789, ci ballò anche lei, ma senza regine di sangue, e per iscopo di beneficenza. Napoleone III ci convitò il 25 luglio del 1855 la regina Vittoria, il principe Alberto e i loro figli, ad una cena sontuosa. Si cenò nel palco reale, diventato, per quella occasione, imperiale. Dopo di che, buio pesto, fino alla prima seduta del Senato, che ci stona abbastanza, forse per amor di contrasto colle armonie di Lulli e di Meyerbeer.
Mi avvedo di essere già dentro a Versaglia, mentre il mio posto era accanto a voi, nella stazione di San Lazzaro. Abbiate pazienza; la fantasia correva innanzi con la rapidità dell'elettrico. Fate conto che sia andata a prepararvi gli alloggi; io torno indietro per ripigliare la strada.
XVI.
Dintorni di Parigi.— Super flumina Babylonis.—Una città di villeggiatura.—Il capolavoro del Mansart.—Sinfonie del Rossini.—Arte e natura.—Si dice male di Luigi XIV.—Le vecchie cronache—Adulazione bizzarra.
Si può andare a Versaglia, anche passando dalla riva sinistra della Senna. Parigi ha due scali di partenza per Versaglia, e, perchè le due linee ferrate non si congiungano strada facendo, ne viene che Versaglia abbia due scali d'arrivo; tout comme à Paris, dicono i Versagliesi, non senza un miccino d'orgoglio.
La strada, sia che andiate per la riva destra, sia che andiate per la riva sinistra, è incantevole; tutta in mezzo a villini bianchi e rossi, coi tetti a capanna, castelli in miniatura, ascosi come nidi di scriccioli tra le siepi, colmi di case che si direbbero aggruppate a forma di città da un fabbricante di balocchi di Norimberga; e sempre in vista della Senna, che si divalla lì presso, in un ristretto orizzonte, con le sue rive incoronate di salici. Super flumina Babylonis; è proprio il caso. Colori dominanti del paese, il bianco latteo delle casine, il rosso mattone dei tetti, il verde tenero della frappa; aggiungerete l'azzurro pallido del cielo, quando è sereno, e avrete una campagna, che può benissimo non apparir bella nei quadri, una campagna a cui mancano le tinte vigorose e i riflessi dorati dell'italiana, ma che riposa l'occhio e contenta lo spirito. Per viverci, per dimenticarcisi ed essere dimenticati, che cosa si domanda di più?