In Parigi e in Versaglia il doge Lercaro e i senatori, che furono Giannettino Garibaldo, Agostino Lomellino, Paride Salvago e Marcello Durazzo, godettero di quei divertimenti «che sogliono dare ai forestieri sì gran città e sì gran corte» e con speciale invito del re furono spettatori «dei giuochi meravigliosi delle acque ne' giardini reali.»

Il re Luigi (sono gli storici di Francia che lo dicono) trattò il doge Lercaro con la squisita cortesia di cui si faceva una legge. I ministri Louvois, Croissy e Seignelay gli si mostrarono più arcigni; la qual cosa fece uscire il Lercaro in questa bella sentenza:

—Il re, con le sue oneste accoglienze, ruba ai nostri cuori la libertà; i suoi ministri ce la rendono.—

E qui viene a taglio di ricordare che il marchese dei Seignelay, avendo chiesto a Francesco Maria Imperiale Lercaro che cosa trovasse di più curioso a Versaglia, ne ebbe la memoranda risposta:

C'est de m'y voir!

Raccontano a Genova che la frase fosse detta dal Lercaro ad un senatore della sua comitiva; e ciò forse per potersi servire del vernacolo genovese, che la rende in due monosillabi: mi chi. Ma gli scrittori francesi, a cui pare abbia fatto senso, la vogliono detta nella loro lingua, e il citare che fanno il Seignelay ad interlocutore del doge, m'induce a credere che abbiano ragione loro. Il marchese di Seignelay era stato col Duchesne al bombardamento di Genova, ed era il figlio di quel Colbert, che l'aveva a morte coi genovesi, per ragioni di rivalità commerciale. Con lui, nemico garbato, ma nemico riconosciuto, la malinconica ed altera risposta del genovese era proprio a suo luogo.

È piuttosto fuori di luogo la lunga narrazione del fatto. Ma il lettore mi renderà giustizia in questo: che io, per amore di brevità, mi sono astenuto dal raccontare le cause, o per dire più esattamente i pretesti della guerra. Mi premeva soltanto di mettere in chiaro che quel dipinto orgoglioso è in qualche sua parte bugiardo. Ciò non muta il fatto delle scuse, non tempera il dolore del sopruso patito, lo so; ma infine, se è permesso ai popoli di essere gli artefici delle proprie disgrazie (e Genova, come tante altre città italiane, non è stata per questo riguardo con le mani alla cintola), è bello di conservare una certa maestà nella sventura e di meritare l'ammirazione degli stessi nemici. Specchiamoci in questo esempio, ma sopratutto adoperiamoci in guisa da non dover neanche lasciare di queste mezze consolazioni ai nepoti.

Muto registro; se no, la politica invade. Prima di uscire da Versaglia, sono andato a salutare un'immagine cara alla mia adolescenza, e probabilmente anche alla vostra. Anche voi, da giovinetti, avrete letti (io li ho divorati senz'altro) i Tre Moschettieri, i Vent'anni dopo, il Visconte di Bragelonne; anche voi avrete fatto raccolta (io ne ho fatto a dirittura una razzìa) di tutti i libri che si riferivano ad Anna d'Austria. Intorno a quella figura di regina, senz'anima, forse, ma non già senza cuore, c'è tutto un ciclo di romanzi, come intorno al buon re Arturo della Tavola Rotonda. Li ho letti tutti quanti e riletti; tornerei forse a leggerne ancora, e a cercarne di nuovi, se non fossi stato a Versaglia e non avessi veduta l'eroina. Dio buono, che amaro disinganno! Dov'era andata l'Anna d'Austria delle cronache contemporanee, bella per donna e per regina, fatta per ispirare amore e rispetto, alta della persona, elegante di forme, cogli occhi verdi e trasparenti, la bocca piccina e vermiglia come un bottoncino di rosa, e i capegli lunghi, morbidi, di quel biondo muto, che dà tanto risalto alla bianchezza delle carni? Ahimè, sarà forse stato perchè avevo veduto poco prima la signora Récamier; ma il fatto sta che Anna d'Austria m'è scaduta un pochino. È bianca, sì; ha bianche e ben tornite le braccia e le mani, di cui era tanto orgogliosa; ma fermi lì, non c'è altro da ammirare. Povera la capigliatura; cortino il collo e le spalle ineleganti d'una bofficiona come se ne vedono tante; le labbra tumide senza grazia, gli occhi verdognoli senza trasparenza, il naso tirato e depresso alla radice, la fronte stretta e allungata, traente alla forma cucurbitacea, che era il carattere distintivo della famiglia; eccovi Anna d'Austria, quella donna che fu argomento di tanti fervidi amori e di tante gelosie feroci. Vedendola, ho sentito il desiderio di dirle: signora, perdonate, ma io non capisco più il duca di Buckingam.

Eppure, no, non può essere che sia lei. Anna d'Austria, abbastanza disgraziata in quella sua vita, che ha da un capo Luigi XIII, il cardinal Mazzarino dall'altro, e l'ombra del cardinale di Richelieu nel mezzo, doveva aver poca fortuna anche col pittore, destinato a tramandarne le sembianze ai posteri. Dev'essere così; è certamente così. Arrotondo quella fronte con uno sforzo di fantasia, metto un po' di fosforo in quegli occhi, dò una toccatina a quel naso, alleggerisco quel collo; ed ecco l'Anna d'Austria della mia adolescenza, l'Anna d'Austria amata da Giorgio Villiers, duca di Buckingam, che fece tante sublimi sciocchezze per lei e a cui la vita fu interrotta da un colpo di pugnale, forse perchè non avesse a farne delle altre.

Anna d'Austria amò Giorgio Villiers? Quanto e fin dove? L'hanno voluto sapere un po' tutti; ma Chamfort chiude la bocca a tutti, con una sentenza che vale tant'oro: «Intorno a questo negozio (egli scrive) la metà di ciò che si dice non è vero, e la metà di ciò che è vero non si sa.» Certo, la passioncella ci fu; non se ne fece mistero; divenne quasi uno scherzo familiare il rammentarla. Quando il cardinale di Richelieu presentò il suo segretario, Giulio Mazzarino, alla bella e vigilata regina, le disse sorridendo: «Voi lo amerete, signora; egli somiglia un pochino a Buckingam.»