Sedici anni dopo la morte di Giorgio, e spariti anche dalla faccia della terra i due uomini che più fieramente l'avessero odiato, Anna d'Austria, allora ritirata a Rueil, incontrò in un viale il Voiture, suo poeta favorito. Costui veniva innanzi cogitabondo, o fingeva.—A che pensate?—gli domandò la regina.—Pensavo,—rispose il Voiture, rizzando la testa come un uomo che si sveglia,—pensavo….
Je pensais que la destinée Après tant d'injustes malheurs Vous a justement couronnée De gloire, d'éclat et d'honneurs, Mais que vous étiez plus heureuse Lorsque vous étiez autrefois Je ne veux pas dire amoureuse…. La rime le veut toutefois. Je pensais (car nous autres poètes Nous pensons extravagamment) Ce que, dans l'humeur ou vous êtes, Vous feriez, si, dans ce moment, Vous avizies en cette place Venir le due de Buckingam, Et lequel serait en disgrace, De lui, ou du père Vincent.
Il P. Vincenzo era il confessore della regina. Anna d'Austria (racconta la signora di Motteville) non si offese dei versi; anzi, li trovò così belli, da volerne una copia, che custodì lungamente nel suo pensatoio.
Ricordo d'amore in una triste esistenza; raggio di sole in un cielo tempestoso!
XIX.
Rassegna alla corsa.—Passeggiate e giardini.—Armi ed armature.—La casa degl'Invalidi.—Il soldato con la testa di legno.—Un rogo di trofei.—Napoleone I e la storia.—Dove andiamo?—Al Père Lachaise.
L'Istituto, l'Accademia, l'Osservatorio, l'Università, la Sorbona, gli Archivii, la Scuola paleografica; ecco un bel numero di cose che vorrebbero essere attentamente studiate. Queste ed altre, che per amore di brevità non accenno neanche, son glorie vere e durevoli della Francia; parecchie di queste non hanno riscontro presso le altre nazioni: tutte concorrono a darlo il primato in quella che si potrebbe chiamare la distribuzione del pensiero moderno, agevolata dall'uso di una lingua che tutte le persone un po' colte, o parlano, o cincischiano, o almeno intendono, nelle cinque parti del mondo. Ed è naturale che sia così, poichè la lingua dei gallo-franchi, impastata di tanta romanità, favorita da tanti secoli di fortuna politica, è come l'anello di congiunzione tra le lingue nordiche e le meridionali d'Europa. Ma, tornando alle cose di cui sopra, io sono pur costretto a passarmene, perchè queste lettere non eccedano la misura della discrezione. Immaginando che siate stanchi di palazzi e di musei, lascio da banda il Lussemburgo, un Pitti parigino, col suo giardino maraviglioso, che fu tracciato pensando a quello di Boboli. Non vi trattengo neppure coi pochi avanzi romani di Parigi, nè coi molti medievali, tra cui l'elegantissima torre di San Giacomo e la severa cattedrale di Nostra Donna, che mi condurrebbero Dio sa dove, fors'anco a parlarvi dell'arte gotica; un'arte che io, mezzo pagano, ammiro grandemente, ma senza capirla poi troppo.
Ci sarebbe da descrivere i giardini, i parchi, le passeggiate campestri, per cui Parigi è famosa. Infatti, le delizie di questo genere non si restringono tutte nel bosco di Boulogne e nei Campi Elisi. Per esempio, una lettera la vorrebbero per sè quelle amenissime Buttes Chaumont, gruppetto di colline, tra cui, da un avvallamento di verdura, si rizza una balza acuta, sormontata da una specie di Tempio della Sibilla, come nelle vicinanze di Tivoli. Ma la lettera non sarebbe che un esercizio di stile, da farsi ammirare, o accoppare, secondo i casi, e nell'uno o nell'altro, da non farsi capire. Io, già lo indovinate, non riuscirei che a farmi accoppare; ergo, acqua in bocca. E taccio, per la stessa ragione, del Jardin d'acclimatation, vastissimo ritrovo, di piante esotiche e d'animali domestici delle varietà più rare; taccio del Jardin des Plantes, ancora assai ricco per la sua flora, ma non più tanto per la fauna, ond'era in altri tempi così celebre. I leoni, le tigri, le pantere, i leopardi, ed altri nobili rappresentanti della famiglia felina, debbono aver lasciate le polpe nell'assedio del 1870. Per contro, è rimasta incolume la bellissima collezione di rettili, tra cui molti coccodrilli, boa, serpenti a sonagli, pitoni, naje, aspidi di Cleopatra, vipere, ceraste, e via discorrendo; nè occorre il dirne la ragione ai lettori.
Sarebbe piuttosto il caso di una lunga fermata all' Hôtel des Invalides, monumento ed istituzione ugualmente ammirabili, e per sè stessi, e pel museo d'armi e d'armature, che v'è annesso, dalle accette di selce fino alla mitragliatrice, dagli arnesi del guerriero gallo fino ai calzoni corti del soldato di Sambre-et-Meuse, con una giunta ricchissima di tutte le foggie antiche e moderne dei combattenti d'ogni parte del mondo. Ma anche questa sarebbe archeologia, e voi vorrete ormai tornare allo studio del vivo, magari anche uscir fuori da questo commercio epistolare. Prendiamo una via di mezzo; vi parlerò degli Invalidi, che abitano ancora là dentro, aspettando l'appello dell'ultima sera e i tre rulli del silenzio finale. Son gente malinconica e poco socievole, quantunque vivano insieme. Già, a quell'età, e venendo da corpi diversi, non è più il caso di stringer vincoli di famiglia posticcia. Mangiano e dormono sotto il medesimo tetto, ma si sparpagliano volentieri per le vie circostanti; quali a piedi, e sorreggendosi sulle grucce, quali in una carrozzella, di cui muovono i congegni da sè. I pochi che restano a soleggiarsi nel cortile, presso la batteria trionfale, composta di cannoni d'ogni forma e d'ogni provenienza, parlano poco e mal volentieri tra loro.
Io ne ho trovato uno molto cortese; ma la stessa sua cortesia mi è stata cagione d'un disinganno. Vedendogli qualche medaglia sul petto, gli avevo domandato quali campagne avesse fatto.— Des campagnes? Je n'en ai pas; —mi rispose— J'étais aux cuirassiers; je n'ai donné que dans les émeutes. —