Un bel monumento, sormontato da una statua di bronzo, ricorda Casimiro Périer; una tribuna oratoria, in marmo, onora la memoria di Garnier Pagés. Béranger ha voluto onorare l'amicizia, facendosi seppellire nella tomba del suo diletto Manuel, il grande oratore, morto tanti e tanti anni prima di lui. Grandi ricordi non cercati s'incontrano ad ogni piè sospinto. Io ho cercato Rossini e Bellini, di cui resta il cenotafio, poichè le ceneri sono tornate alla patria, e Alfredo de Musset, il cui salice disseccato non dà più ombra alla terra ove dorme il poeta.
Salendo per una viottola a destra, mi sono imbattuto in un monumento gotico, che non avevo cercato, ma che sarei oggi dolentissimo di non aver visto. Colà, sotto un padiglione sorretto da svelte colonne, come in un letto antico, stanno composti nel sonno eterno, l'uno a fianco dell'altro, due celebri amanti, Abelardo ed Eloisa. Chi rammenta la badia del Paracleto? Chi rammenta il concettualismo e le dispute con Bernardo di Chiaravalle? Una mezza dozzina di eruditi. Ma i due amanti sono rimasti nella memoria di tutti; un grande amore, sopravvissuto alla tomba,
Vince di mille secoli il silenzio.
XX.
Confessioni dell'autore.—La rete di Vulcano.—Amicizia francese.—Parigi adulata.—Giustizia resa alla Francia.—Zii da commedia.—I mali dell'accentramento.—Parigi e Roma.—Una scena pastorale.—L'uscio di casa.
Non ho la sciocca pretensione d'aver fatto conoscere Parigi a qualcheduno, con queste lettere sconnesse, tirate giù alla buona, secondo l'umore della bestia e la varietà delle sensazioni quotidiane. Nutro cionondimeno la speranza di avere invogliato qualche fannullone emerito a muoversi, per vedere anche lui, e meglio di me, quella immane fioritura della Francia, che si chiama Parigi, e che non fa sempre dimenticare il suo vecchio nome di Lutezia. Andarci, potendo, non è solamente un piacere; è anche, e sopra tutto, un dovere.
I viaggi fanno un gran bene, oltre quello non lieve di un legittimo svago. La mente si rimpiccolisce, nel far la vita dell'ostrica; e non si merita neanco la riputazione dell'ostrica, la quale, poverina, se non adopera per sè quelle parti di fosforo, ond'è ricca per bontà di natura, le cede liberalmente all'uomo, quando è servita nel piatto. Se è giusto che noi dobbiamo arricchire lo spirito di utili cognizioni, per onorare, qualche volta, e sempre per servire la patria, è naturale che andiamo attorno quando possiamo, per riconoscere ciò che è buono e ciò che è cattivo in casa di vicini e lontani, per notare i segni di progresso e quelli di decadenza, per discernere quali siano le cose imitabili e quali le detestabili. Oramai le strade ferrate cingono il mondo in una rete, che è in gran parte più fitta di quella del Dio Vulcano, e non debbono, al pari di quella, servire soltanto per trastullo di Dei, di Semidei, abitatori felici delle altissime sedi. Vedere, sapere, giudicare con rettitudine, è un obbligo per tutti. Accanto all'amore esagerato di quella che Dante chiamò «l'aiuola che ci fa tanto feroci» vi è qualche cosa di peggio, l'ammirazione esclusiva dell'ortino domestico. Adoperando in tal guisa, anche con le migliori intenzioni del mondo, si guasta il senso della vista, che è tutto di paragone, e si finisce a vivere contenti delle piccole cose, a coccolarsi nelle quistioncelle domestiche, ad amar poco e male la patria, che vuole un amore intelligente e ragionevole e il concorso di sane ambizioni, continuamente stimolate dal pensiero di ciò che altri fa, trovandosi in condizioni, qualche volta migliori, e qualche volta peggiori di noi.
Un viaggio a ritroso nei campi della storia c'insegna ad aver misura e ad usare prudenza, per conservare alla terra nostra i frutti di una fortuna che non possiamo vantarci di aver sempre meritata. Un viaggio, dirò così, laterale tra i vivi, ci reca il medesimo insegnamento, e può riuscire una doccia salutare a molte follie, un correttivo a molti storti giudizi, a molte fallaci speranze. Tra le lustre di cui oggi si pasce il mondo, o che la moda gli fa parer belle, c'è anche la famosa e non mai abbastanza esaltata «fratellanza dei popoli». Gli ideologi della politica si trovano da per tutto, e non è meraviglia che voci amiche ci chiamino al «banchetto delle nazioni» anche di là, dove i padroni di casa avrebbero in mente di assegnarci l'ultimo posto, e di farci all'occorrenza star su, per dare una mano alla gente di servizio. Per me, non nego la fratellanza; vedo anzi i fratelli, che piatiscono spesso davanti ai tribunali per la successione paterna, e penso che se noi, almeno noi, potessimo esser giusti e imparziali con tutti i figli di nostro padre, e dare avviamento a transazioni onorevoli, avremmo già fatto molto per l'ideologia, e quello, per l'appunto, che gli altri, anche ideologi, non hanno incominciato a fare con noi.
Vi ho già detto (più d'una volta, mi sembra), che a Parigi, in questo cuore della Francia, ci amano poco e ci conoscono meno. Non so se, conoscendoci di più, ci amerebbero anche di più; ma certamente ci renderebbero giustizia, e l'amore verrebbe dopo. Comunque sia, vediamo di non essere ingiusti noi altri e sappiamo distinguere. Parigi è una città che ha del buono e del cattivo, ma l'uno e l'altro in misura straordinaria. Non vorrei meritarmi le folgori che Vittor Hugo ha minacciate ai calunniatori di Lutezia; mi affretto a dire che l'ho trovata bella, stupenda…. abitabile. È la città del forastiero; anzi, aggiungo che è una città di forastieri, e in questo dee forse vedersi la causa di tanta corruzione elegante, di tanta frivolezza ordinata. Tutti gli scettici gaudenti delle cinque parti del mondo calano a questa insegna; corrotti e corruttori inconsapevoli, non domandano altro che un giorno senza dimani, un passatempo senza noie, un pensiero senza fatica di spirito. Parigi vi dà ogni cosa in punto, senza farvi aspettare, quasi senza lasciarvi il tempo di desiderare; nessuno tra i felici della terra, neanche Luigi XIV redivivo, potrebbe dir qui: « j'ai failli attendre ». Perciò è lodata, accarezzata, adulata; perciò si fa in quattro, lieta di poter corrispondere a tante adulazioni; lavora, ma per abbellirsi; studia, ma per riuscirvi più cara; e, in questa cura assidua di sè, la bella lusinghiera spende il danaro della Francia. Si contentasse di quello dei forastieri! Ma no, ci ha da correre anche quello della famiglia. È bella, e tutto le è dovuto; è nervosa, bizzarra, fantastica, e non si può contraddirla. Non la confondete con la Francia, sana, potente e magnanima donna; è sua figlia, sangue suo, un po' mescolato se vogliamo, e comanda alla mamma. Ora, questo è un male, non bisogna tacerlo. Voi mi direte che la Francia ha qui tutti i suoi rappresentanti, i quali potrebbero vigilare, metter rimedio, impedire…. Ma che? il potere di questi valentuomini non è che apparente; la signorina comanda a bacchetta e lo ha dimostrato in molte occasioni. Mettete questi rappresentanti nel novero degli zii da commedia, che vengono con le intenzioni più ferme, si lasciano ammaliare dai vezzi della nepote e finiscono col fare essi medesimi più sciocchezze degli altri.
Benedetta figliuola! Chi potesse sapere tutto quello che hanno inghiottito queste raccolte preziose, queste istituzioni magnifiche, queste novità sfolgoranti, perfino queste inutilità che la fanno così bella, e dire quante esistenze ha distrutte, quante intelligenze ha sfibrate costei, per cavarne quello stillato di eleganze, quella quintessenza di delizie della forma e del pensiero, con cui essa inebria il mondo e lo governa, troverebbe forse che la Francia, la madre generosa e condiscendente, ci ha rimesso un tanto di forza vera e veramente preziosa. Troppo logoro di carboni, per una luce che abbarbaglia, ma che non si può derivare in tubi, per uso comune di un popolo! Veduta Parigi, chi si occupa di vedere più altro? La Francia non si visita più, o poco e alla sfuggita; tutto l'opposto di ciò che avviene in Italia, ove ogni città possiede la sua fisonomia particolare, la sua ricchezza, la sua importanza, e la possederà ancora, se Dio vuole, quando avremo cinquecento anni di accentramento politico.