L'accentramento soverchio, ecco il male della Francia; e in questo le nocquero ad un modo i suoi re, i suoi ministri, i suoi imperatori, le sue stesse fortune militari. Speriamo che il reggimento repubblicano le porti un rimedio efficace. Per questa speranza, si può perdonare alla repubblica odierna il suo primo errore, come certuni chiamano l'esposizione mondiale, che costò sessanta milioni e non ne diede che trenta, a rifare la spesa. I forastieri, ed anche per una gran parte i provinciali, hanno portato per cinque o sei mesi il loro danaro a Parigi, che ne ha avuto per sè tutto il vantaggio, lasciando alla Francia trenta milioni di debito. Parigi si è arricchita di cento milioni; la Francia si è impoverita di trenta. È poco, si dirà; ma è di quel poco che dura da secoli, e voi potete metterlo insieme con tutto quello che costano alla Francia i gentili capricci di Parigi, di questo ragazzo viziato, che tutti esaltano pel suo sennino precoce, per le sue scappate graziose, per le sue moinerie adorabili, ma che finisce con essere la disperazione della casa.

Che cosa impareremo noi da questo raffronto? A non desiderare, come qualche volta ho inteso, che Roma diventi Parigi. Badate, io non credo che la cosa sia neanche possibile per via approssimativa. Fa ostacolo il carattere diverso delle due popolazioni, l'una socievole, amena, volubile, l'altra severa, contegnosa, e diciamo pure quasi rustica, chè tanto non gliene importa nulla di parer tale, e sarebbe perfino capace di gloriarsene. Sacra Roma, è così che ti amo. Cionondimeno, poichè forastieri ne vanno dappertutto, e a Roma per millanta ragioni ci abbondano, è da vedersi se Roma potrà mai sacrificar loro qualche poco di sè stessa, come ha fatto Parigi. Anche qui, sostengo e dico che la cosa non è possibile. Centro ed emporio, cervello, cuore e tutto quel che vorrete del mondo, lo è stata due volte anche lei, ma conservando le sue usanze casalinghe, la sua fierezza laziale. Non ci stilliamo il cervello a foggiarla diversa. Rovina, o museo, conservi il suo carattere; non le si tocchi nulla, nè una pietra, nè un'anima. Lavoriamo invece a romanizzare noi stessi; la cosa non dev'esser difficile, poichè Roma aveva già fatto il miracolo venti secoli addietro. Scaviamo il Tevere e facciamogli la via più spedita, poichè gli straripamenti davano noia ai Quiriti fin dai tempi di Mecenate e d'Orazio; ma scorra il fiume attraverso la città, nell'alveo sacro delle tradizioni italiane. Un boulevard, foss'anche des Italiens, credete a me, guasterebbe là in mezzo. Il Corso si può a mano a mano slargare; ma non c'è fretta; le bellezze della avenue du Nouvel Opéra non debbono farci dimenticare che la via Flaminia era stretta come ora, al tempo in cui ci passeggiavano i padroni del mondo. Non vi parlo della via Sacra, che era un vicolo a dirittura, e giungeva al Campidoglio ugualmente. Restauriamo, insomma; non invidiamo gli allori altrui, non ci lagniamo se la natura e la storia ci hanno fatti diversi dagli altri. In questa diversità di aspetti e di indole è la nostra forza; a buon conto, c'è stata la nostra custodia fin qui.

Capisco, ci sono certe delicatezze che non guastano, in nessuna parte del mondo. Ma facciamo un pochino come i nostri gioiellieri, che svecchiano con tanto amore le antiche forme paesane. C'era buon gusto anche in Etruria; non ne pativano difetto Ercolano e Pompei. E quando, a fianco delle nostre grandezze, vediamo i segni di un modesto costume che ha trionfato dei secoli, non ci lagniamo di quel modesto costume; è grandezza anche quella, e si chiama costanza.

Una notte dell'anno scorso, avevo fatto tardi per le strade di Roma. Tornavo a passi lenti verso casa, in compagnia d'un amico, che doveva fare il medesimo tratto di strada, ma per andare più oltre. Poche ore prima, si era applaudito al teatro Valle un suo lavoro, ricco di bellezze romane e di eleganze niliache; quindi si era offerto all'amico il litro d'onore, più caro a lui d'una corona d'alloro; ed egli, ancora un po' scombussolato dalle commozioni della sua serata campale, se ne tornava al suo Trastevere, dove lo aspettava una madre giustamente orgogliosa, una madre che certamente quella notte doveva dormire assai meno di lui.

Roma taceva, già immersa nel primo sonno. Ad un tratto si udì un rumore confuso, che divenne a mano a mano un gridìo di voci lamentevoli e finalmente un fragore di marosi in tempesta.

—Che diavol è?—domandai.

—Fàtti in qua;—mi disse l'amico, coll'aria d'un personaggio da tragedia, che faccia una variante al famoso: «ritiriamci in disparte ed osserviamo».

Poco stante, due o tre cavalli, montati da contadini, apparivano allo sbocco della via, scalpitando sul selciato, che dispiace tanto ai buzzurri, e non è niente più noioso di quello di mille cinquecento vie di Parigi. Dietro a quei cavalli, uno sciame, un esercito, un nembo di pecore, che correvano belando e s'incalzavano a migliaia, le une sulle altre, incalzate a lor volta, stimolate ai fianchi e alle spalle, da una mezza dozzina di cani, tutti compresi della importanza dell'ufficio. La processione durò forse mezz'ora, in una via che non era sicuramente delle più strette di Roma.

—Si può sapere il perchè di questo esodo?—chiesi all'amico, mentre la turba belante ci passava davanti.

—Son pecore che mutano di pascolo;—mi rispose.