— Magazzino di mode? — domandò la signora Vezzosi.
— No, capolavoro di Raffaello; — rispose l’Anselmi, inchinandosi.
— Conosco questo complimento; — disse la signora. — Ce lo avete detto l’altro dì, sull’uscio della Speranza.
Il contino Anselmi si morse le labbra, rammentando che infatti aveva già speso un’altra volta quel motto arguto, e pensando che ciò poteva nuocergli presso le dame. Ma non si diede per vinto.
— Mi rimandate all’uscio? — diss’egli. — Vedo già i campi della disperazione.
— Eh! — fece il commendatore Gerardo. — L’ha rimbrodolata abbastanza bene.
Aldo De Rossi approffittò di quelle ciarle senza sugo, per dare un’altra voltata sui tacchi. La lettera che gli aveva consegnata la signora Elena gli scottava la mano. Dovete sapere, infatti, che teneva sempre la mano in tasca, stringendo convulsivamente quel foglio in cui stava scritta la sua condanna.
Camilla non fu tratta in inganno da quella invenzione botanica. Ella si era avveduta che Elena e il De Rossi avevano colto il primo pretesto per iscambiarsi alcune parole e argomentò facilmente che quelle parole la risguardavano lei, vedendo che Aldo De Rossi, tornato presso la compagnia, aveva evitato di guardarla.
Giunto fuori dalla vista de’ suoi compagni di passeggiata, Aldo De Rossi cavò di tasca la lettera misteriosa. Aveva la febbre; gli tremavano le mani, e gli occhi ci vedevano poco. Raccolse tutte le sue forze con un atto supremo di volontà, spiegò il foglio e decifrò alla meglio i sottili uncinetti della signora Camilla.