— Un angelo che perde le ali; — rispose. — Ho fatto male e desidero che la cosa non passi in esempio. Ma sono così, io; — soggiunse tosto con accento più franco. — Avevo bisogno di sapere come amate voi, mio bel cavaliere. Quanto a me, eccovi come amo; o tutto o nulla.
— Mia dolce signora, lo sapete; — replicò Aldo giubilando. — È questo il mio motto.
— Tanto meglio; — disse allegramente Camilla. — E non voglio donne sulla mia strada.
— Nè io uomini; — ribattè Aldo, sul medesimo tono.
— Gelosia feroce, dunque?
— Gelosia diabolica. L’amore non ne conosce altra. Approvato?
— E firmato in doppio originale. —
Così chiacchieravano, seduti l’uno a fianco dell’altro, le mani nelle mani e gli occhi negli occhi. Camilla non accennò punto all’alterco di Aldo con l’Anselmi, e Aldo dimenticò facilmente i primi sospetti. La conversazione si aggirava mollemente a mezz’aria, tessuta di quei graziosi nonnulla che piacciono tanto agli innamorati e fanno scorrere il tempo così veloce. Che cosa si è detto? Da che parte si era incominciato e dove si era rimasti? Impossibile il ricordarsene. Donde qualche volta il rimprovero di lei, o di lui. Perchè mai la tal cosa, o la tal altra, che aveva pure una certa importanza, non era stata rammentata da lui, o da lei? Ma, Dio buono, come si fa, a ritenere una sinfonia, che passa per tutti i toni, e sfiora e confonde tutte le melodie dello spartito? E poi, perchè ritenere solamente certi particolari? Non erano tutti importanti ad un modo? E il pregio vero del dialogo non era forse tutto in quella medesima varietà di soggetti, collegati da tenui fila, armonizzati da gradazioni insensibili? Inoltre, ci sono delle cose che, udite una volta, paiono sublimi; ripetute, sviscerate, son nulla, e si possono paragonare a quelle nuvolette leggiere, che stanno librate in alto, prendendo forma dall’aria che le spinge, e colore dalla luce che le investe. La vaghezza è tutta nelle apparenze mutevoli; a che si cercherebbe la sostanza? Ora, nel dialogo di due innamorati la soavità ineffabile è quel susurro di due voci che si confondono, è quel bacio che si accenna e non si scocca. Un gran pittore ne ha foggiato uno nel sasso, ed è parsa idea luminosa, come poteva offrirsi all’arte figurativa; ma c’è altresì il bacio che nessun pennello può rendere, il bacio che si sente nell’aria, il bacio che vi sfiora la guancia e vi penetra nel sangue. Esso è nella voce cara che vi suona timidamente all’orecchio, nello sguardo acceso che v’illumina e vi riscalda, nell’alito delicato che vi accarezza il volto, in quel misto di fragranze nuove, inesprimibili, per cui sentite l’amata così diversa da tutte le altre donne del mondo. Insomma, lettori dell’anima mia, che cosa vi dirò? Che qui si perde la bussola. E fo punto, per ritornare alla prosa.
Il povero torcetto stearico, piantato nel modesto candeliere d’albergo, era al verde. Vo’ dire che s’era consumato bel bello, e che l’ultimo avanzo di stearina si spandeva liquefatto sulla padellina del cristallo. Poco dopo, il lucignolo, non più nutrito, nè sorretto, diede l’ultimo guizzo e cadde stridendo nel suo minuscolo laghetto di untume. Una piccola tragedia in un bocciuolo di candeliere! E i due felici non si erano avveduti di nulla. Risero, quando si trovarono al buio; e Aldo, cercando Camilla, sfiorò col sommo delle labbra i capegli di lei.
— Mia? — mormorò egli, così sommessamente, che l’aria non avrebbe potuto sentirlo. — Indovini, che cosa?