Tip. Fratelli Treves.


I.

Senza fiori nascosti nella sottoveste, ma con un volumetto tra mani e liberamente in mostra per ogni genìa di curiosi, Aldo De Rossi era andato, verso le tre del pomeriggio, a far visita alla signora.

Non istate a credere che io voglia entrare così leggermente in materia, defraudandovi del nome di lei. Non mi avviene sempre di sapere quel che si deve a Cesare; ma ho sempre saputo quel che si deve ai lettori, e sopra tutto alle lettrici. Vi dirò dunque che la signora si chiamava Elena Vezzosi, e meritava così il suo nome di battesimo come quello della famiglia in cui era entrata da otto a nove anni; di guisa che si soleva dire, senza aver l’aria di farle un complimento, che l’uno e l’altro dovevano essere stati inventati a bella posta per lei. La signora Elena era bellissima dalla punta dei capegli a quella dei piedi, ed io lascio pensare a voi che sorte d’elettricità dovesse sprigionarsi da quelle due punte. A farvela breve, ella possedeva tutte le attrattive, della bellezza e dello spirito. Eppure, non si conosceva che avesse un amante; la qual cosa parrà strana, con la facilità che hanno le donne di trovarsene sempre uno tra’ piedi, e con quell’altra, anche maggiore, di vedersene imprestare una mezza dozzina. Ma, strano o no, il fatto era questo, e si vedeva chiaro che la signora Elena non amava nessuno. Di certo, non l’aveva detto, o lasciato sperare ad anima viva; tanto che le male lingue avevano finito col dire che ella amava solamente sè stessa. Già, tutte così, quando sono troppo belle, e quando lo specchio è li per farne testimonianza, tanto più credibile quanto meno interessata.

Comunque fosse, molti cavalieri si affollavano intorno a lei, per dirle in prosa sdolcinata quello che le diceva in forma più recisa lo specchio. Ed ella non respingeva nessuno; era cortese in egual modo con tutti; faceva ad ognuno quelle accoglienze onestamente liete e svogliate, in cui dobbiamo vedere il non plus ultra della buona compagnia. Perchè, si sa, la consegna è di godere la vita, con aria di averla a noia. Il fare altrimenti non è di buon gusto. La gente, uscendo dal salotto della bella svogliata, deve poter dire: «Quella signora Iccase! Che donna! Con che garbo riceve!»

Del resto, non mormoriamo. Succede questo fenomeno quando si va per consuetudine a teatro e si conosce da lunga mano l’opera, o il dramma. Arie e scene non hanno allettamento di novità, e le commozioni non vengono; si aspetta il gran duetto, o la scena capitale, che vi faccia provare, magari un po’ diminuite, le sensazioni della prima volta; intanto si sta esposte alle ammirazioni degli uomini e si fanno crepar d’invidia le amiche. Ora la signora Elena Vezzosi sapeva da un pezzo tutto ciò che avevano a dirle, con periodica regolarità, i suoi cento divoti. Era la sua voluttà e in pari tempo la sua condanna, come il «toujours perdrix» del gastronomo. E a quelle sedute di galanteria ella dava allegramente il nome di lavori forzati. Lavori forzati a tempo, pur troppo! Vien sempre il tristo giorno della liberazione, mie belle signore, e qualche volta il sovrano della falce e della clessidra vi fa precocemente la grazia.

Aldo De Rossi conosceva la signora Vezzosi da un anno. Le era stato presentato in una fiera di beneficenza, dove ella non aveva sdegnato di vender cravatte, e di mettergliene una al collo per la tenue moneta di cinquecento lire. Il favore era stato disputato fieramente da cinque o sei cavalieri. Dal prezzo di due lire si era saliti a venti, a cinquanta, a cento, a centocinquanta. Aldo De Rossi, entrato allora in lizza, aveva messo fuori un biglietto da cinquecento, e lo aveva deposto sul banco, dicendo modestamente: «signori, non ne ho altri», e in quel momento di trepidazione che segue tutti i grandi avvenimenti, la bella venditrice aveva girata intorno al collo di Aldo De Rossi la sua cravatta nera, da mezza lira, a prezzo di fabbrica. Il sorriso della dama c’entrava per quattrocento novantanove lire e cinquanta centesimi. Una presentazione era venuta lì per lì; Aldo De Rossi aveva fatta la corsa di prammatica e lasciati nell’anticamera di casa Vezzosi i due biglietti di visita che l’etichetta comanda; il commendatore Vezzosi, uomo grave, che sapeva stare sulle cerimonie, aveva mandato il suo in ricambio, e il giovinotto era stato formalmente ammesso a fare le sue devozioni. Ma, cosa strana (badate, lettori, qui tutto è strano, poichè la scena è del secolo presente), Aldo De Rossi non aveva approfittato dell’occasione e non era più andato in casa Vezzosi. Il nostro giovinotto non era uno di que’ frustini, i quali s’appiccicano facilmente alle persone e si fanno avere in uggia da tutti. Faceva riverenza alla dama, quando la incontrava per via, e ciò bastava a dimostrare com’egli gradisse la sua conoscenza. Poi, venuto l’inverno, e avendola trovata in una festa da ballo, le aveva chiesto l’onore di un giro di waltzer o di polka, che non rammento più bene. La signora, quella notte, ballava mal volentieri, ma stette volentieri a chiacchiera con lui, rimandando col suo solito garbo gli altri cavalieri, che impetravano la medesima grazia. Del resto, padronissimi tutti di restare accanto al divano della signora, come ci restava Aldo De Rossi. Ma perchè in simili feste i signori uomini non istanno mai fermi, anzi amano andare attorno tamquam leo rugiens quaerens quem devoret, le fermate non furono lunghe e Aldo De Rossi rimase più spesso solo che accompagnato, al fianco della signora Vezzosi. S’era dato il caso che parlassero di poeti e di romanzieri. Aldo non era un letterato, Dio guardi, ma aveva letto molto e parlava con un certo calore de’ suoi autori prediletti. La signora non conosceva il Pushkine, ed egli, di parola in parola, era stato tirato ad offrirle il volume. In imprestito, si capisce. E il giorno seguente, a quell’ora tarda che volevano le buone creanze, le aveva portate le opere del poeta russo, tradotte nella lingua universale di Francia. Così era entrato, senza avvedersene, in casa della signora Vezzosi, e diventato a mano a mano il suo provveditore di libri.

Quando egli andava dalla signora per alcuna di quelle faccende librarie, si poteva esser certi che la conversazione, dopo le solite frasi di cerimonia, girava subito su questo tono: — Come le è piaciuto il carattere di Enrico? E la scena del bosco? Le raccomando di leggere attentamente il capitolo della pioggia. Che pittura! E quel raggio di sole che viene d’improvviso a illuminare la fronte di Dorotea! Che vivezza di tocco! Ecco un verismo che ha ottant’anni di data. Gli scrittori moderni non se li sognano neanche, questi ardimenti dell’arte. E l’incontro col barone dopo la caccia! Che movimento d’affetti! Ha poi notata quella digressione sui toni musicali? Come si trova a posto, e come prepara bene alla scena del concerto! —

Poi, la scena del concerto, od altra consimile, porgeva appiglio ad una disputa sentimentale. Era sempre la signora che girava al tenero; Aldo ci entrava, dirò meglio, ci faceva capolino, senza escire dal grave, come un riguardoso carabiniere che si provi a sorridere, senza dimenticare la maestà dell’uniforme. Ed erano dispute così delicate, così aeree, che un marito avrebbe potuto sentirle, dietro una cortina, senza che la mano gli corresse al pugnale.... Scusate, siamo nel secolo decimonono, e bisognerà dire al bastone. È un’arma più prosaica, ma più alla mano.