— Donna Elena, eccomi qua. Che comandi avete da darmi?

— Nessun comando; — rispose la signora Vezzosi. — Mettete che io v’abbia trattenuto per farvi far penitenza di tante chiacchiere e di tante mormorazioni. —

L’Anselmi fece una mossa che voleva dire: non ne credo una maledetta. Ma intanto rispondeva, con la solita galanteria:

— Dolce penitenza ad un grosso peccato. Vi avverto, Donna Elena, che peccherò molto e spesso. —

Credete, lettori, che si sdrucciolasse finalmente nel tenero? Disingannatevi; quella era galanteria dozzinale, semplice maniera di discorrere. Del resto, la signora Elena non fece caso del complimento, e rannicchiatasi contro la spalliera del sofà, mentre aveva l’aria di guardare le figurine del suo ventaglio cinese, così disse brevemente all’Anselmi:

— Conoscete Aldo De Rossi?

Il contino trasse indietro il collo, anzi il busto senz’altro, e guardò trasognato la sua bella vicina.

— Donna Elena, — le disse, dopo un istante di pausa, — voi mi parlate ora come parlò un giorno Domineddio al Diavolo, «Conosci tu il mio servo Giobbe?» Sì, signora, vi risponderò io, lo conosco. E voi?

— Finiamola, con le vostre scioccherie! — replicò ella stizzita.

— Ma, signora... — ribattè l’implacabile Anselmi. — Non lo avete indovinato? Gli è per buscarmi da voi un’altra penitenza.