— Restate, ve ne prego. —

Ad onore del contino Anselmi e della sua filosofia leggera, debbo dire che egli non insuperbì punto punto di quell’invito confidenziale. Tra lui e la signora Elena non erano mai corse parole infiammate, e nemmeno galanti, oltre il limite d’uno scherzo. Ne avrebbe dette sicuramente, se avesse potuto sperare di non dirle invano; ma, anche veduto di buon occhio dalla signora Vezzosi, il contino aveva capito che quell’occhio non toglieva ispirazione dal cuore. In genere, le dame non prendevano il contino Anselmi sul serio. Egli era diventato lo schiavo del proprio spirito, come un antico doge di Venezia della propria dignità. Era condannato ad esser leggiero e ad esser trattato come tale. Per compenso, gli erano lecite tutte le bizzarrìe possibili e tutte le scappate immaginabili. Da principio, questa condizione gli aveva dato un po’ noia, ed egli si era proposto di diventare un uomo serio e noioso come tutti gli altri; ma andate a dirla con la natura! La lingua era pronta e non sapeva stare alle mosse. Il contino Anselmi era andato avanti per la sua strada, si era adattato alle miserie della propria grandezza. Si rideva delle sue dichiarazioni, quando s’arrisicava a farne; e allora lui le voltava prontamente in celia, si ricattava con le arguzie, e aveva il gusto di sentirsi dire da tutte: che spirito, quell’Anselmi! che spirito! Aggiungete che lo cercavano da per tutto, lo volevano in ogni luogo, dame, cavalieri, ufficiali e commendatori. E questo è come dirvi che era ben veduto anche dai signori mariti.

Or dunque, vi ho narrato come l’Anselmi non insuperbisse dell’invito. Restava a lui di dare una pubblica ragione della sua persistenza a restare, anche oltre i termini d’una visita, e sopra tutto di mandar via gli altri visitatori, che, dopo l’invito della signora Elena, gli dovevano parere altrettanti importuni.

— Mi permettete. Donna Elena, di farvi la guerra? — diss’egli, dopo alcuni minuti di chiacchiere.

— La guerra a me? — esclamò la signora Vezzosi. — E in che modo?

— Ecco qua; persuaderò Gerardo a cangiare il suo itinerario. Appena torna a casa, ve lo riduco io come va. Non più Courmayeur; Montecatini, vuol essere.

— Sarebbe il caso di mandarvi via subito; — replicò la signora Vezzosi. — Ma questo non sarebbe di buona guerra, ed io voglio darvi la prova che non potete nulla su di lui.

IV.

Erano le cinque del pomeriggio, quando l’ultimo degli Alcibiadi si alzò dalla poltrona e prese commiato dalla signora Elena. In casa Vezzosi era costume di pranzare alle sei e il commendatore Gerardo soleva capitare per l’appunto all’ora di tavola. I nostri due personaggi avevano dunque un’ora di tempo, per chiacchierare a lor posta. Ma la signora Elena non aveva neanche bisogno di tanto.

Rimasto solo con lei, il contino Anselmi prese posto su d’una poltroncina accanto al sofà, si rizzò ossequiosamente sulla vita, allungò il collo verso di lei e le disse: