—Volete dire che i numeri si leggono male a lume di lucerna? E sia;—soggiunse messer Bartolomeo,—contentiamo questo terribil Passano. Sedete?—diss’egli, facendo un cenno d’invito a Fior d’oro.

—Fate, fate;—rispose la contessa;—io vi lascio. Quando siete coi numeri, bisogna lasciarvi stare.

—Capirete, Juana, e perdonerete senz’altro. Son genovese; e il genovese, per vostra norma....

—Oh, non dicevo per questo;—interruppe la bella.—Che genovese, del resto? Non vi vantate, amico mio. Volevo dire piuttosto che vi c’imbrogliate parecchio.

—Ah sì, birichina? Ma ciò avviene perchè guardo voi; e allora, povero a me, smarrisco perfino il ricordo della tavola pitagorica.

—Vedete dunque....—diss’ella con aria di trionfo.—Ragione di più per lasciarvi con messer Giovanni mio genero. Farò allestir la cena un po’ prima, perchè egli avrà appetito, m’immagino.

—Abbastanza, madonna;—rispose il Passano.—Ho tanto rinsaccato, su quel maledetto cavallo!—

La contessa si era ritirata; ma dal vano di un uscio, voltandosi, aveva gittato un bacio col sommo delle dita a Damiano. E Damiano, che lo colse al volo, non volle lasciarlo senza ricevuta.

—Povera tavola pitagorica!—gridò egli ridendo.—La vedo brutta.

—Che c’è?—disse il Passano, levando la fronte dai suoi scartafacci.