Quella sera, ritirandosi nelle sue stanze, il capitano Fiesco diceva alla moglie:
—Filippino mi annoia.
—Annoia anche me;—rispose Fior d’oro.—Ma è giovane; si cheterà. Intanto bisogna riderne.
—Potere! È lui, frattanto, il noioso che mi mette tutti questi impicci sulle braccia. Non lo vedi tu, che fa scrivere due lettere in un giorno, e ad un oscuro uomo come il tuo Damiano, dall’eccelso Gian Aloise Fiesco, potentissimo tra i signori d’Italia, ed amicissimo del re di Francia? Io, come dice frate Alessandro, faccio un ridosso ai Commentarii di Cesare: ma il vecchio di Violata vuol farne un altro alle Epistole di Cicerone, che son più di ottocento.
—Vedi?—gli disse sorridendo Fior d’oro.—Bisogna andare, perchè non n’abbia a scrivere altrettante.
—Andare,—riprese Damiano, più Damiano che mai in quell’ora,—e dirgli quel no, che avrei potuto mettere in carta?
—Non è certo,—replicò la bellissima donna,—che quel no si possa scriver meglio, potendolo dire con garbo, dopo aver sentite tutte le ragioni del tuo nobil parente. Ci penserai, del resto, le peserai attentamente. Potresti anche lasciarti persuadere da qualche ragione più forte, che toccasse l’utilità della casa e l’onor del tuo nome. La ragione più forte non ci sarà? Il tuo no sembrerà detto dopo aver meditato, e ad ogni modo ne avranno scemato l’asprezza le parole cortesi e la stessa tua condiscendenza all’invito.—
Damiano guardò Fior d’oro con tenerezza, e le pose al collo le braccia.
—Bella bocca!—le mormorò.—Bella bocca, che parla così bene!
—Bella!—ripetè ella con accento malizioso.—E non cara?