—Lei? ci pensate? per vincere il re?
—Il re, o la regina;—replicò il Fiesco prontamente.—Lascio stare il re, a cui pensate Voi, e che per ora, se è re in Aragona, non è altro che un reggente in Castiglia e Leone. Sappia dunque Vostra Eccellenza che i denari del viaggio da Barcellona a Segovia non me li sono spesi troppo male, e del mio tempo ho usato con un certo giudizio. Alle posadas ho discorso con ogni sorte di gente, popolani e signori, e preti e frati, e monache e soldati. C’è un’altra querela in campo, che al re Ferdinando pare assai più grave della vostra, e che per lui certamente è più fiera. Essa era già forte negli ultimi giorni di vita della regina Isabella, a cui si voleva persuadere di lasciar reggente in Castiglia il re suo marito, finchè giungesse alla maggiorità il figliuolo di Giovanna. Era un bel colpo, che escludendo dal trono la figlia e il suo giovane marito, assicurava ancora un quindici anni di regno a danno della figlia e del genero. Ma la regina non ha voluto fare quest’offesa a sua figlia; non ha voluto con un atto simile di materna crudeltà ribadire alla povera Giovanna il nome di pazza, che i cortigiani di Ferdinando non si son peritati di affibbiarle. Nel fatto la povera Giovanna non è pazza se non d’amore per il suo maritino troppo bello. Gran colpa! anche Isabella si ricordò di aver amato il suo Aragonese, credendolo tutt’altro da quello che ben presto si palesò, astuto, bugiardo e senza cuore. Ma lasciamo stare gli aggiunti, che a far le cose in regola dovrei dargliene troppi. Sta il fatto che la regina non acconsentì al disegno di una reggenza prolungata in quella forma; e fece bene; e la nobiltà e il clero di Castiglia hanno avuto un’altra occasione di lodare il gran senno della regina Isabella, come l’amor suo intelligente per il popolo che Dio le aveva concesso in governo. Lei morta, e fallito il colpo della lunga reggenza, Ferdinando non si adatta alla breve: tenta il re di Francia, che a lui, non al genero Austriaco, assicuri la propria alleanza; un’alleanza che Ferdinando farebbe tosto balenare davanti agli occhi di Castiglia, per trarla ai suoi desiderii.
—E a far riconoscere pazza la figliuola, non è vero?—domandò l’Almirante, che seguiva con molta attenzione il ragionamento del capitano Fiesco, tanto largamente istruito in viaggio.
—Così è, signor Almirante. Ma il re di Francia sta sul tirato; dà buone parole a Ferdinando, come Ferdinando a Vostra Eccellenza; nel fatto non vuol rendere un così grande servizio al suo caro rivale di predominio nelle cose d’Italia. Ed ecco un giuoco doppio, che forse si prepara per noi; o persuadere al re Luigi di concedere la sua alleanza al re Ferdinando, come più vecchio, e più da lui sperimentato in tanti incontri, piacevoli e spiacevoli che fossero; o persuadergli di riconoscere Giovanna e Filippo, legittimi sovrani di Castiglia, ed allearsi con loro. Dell’accordo con Ferdinando avrebbe forse buone ragioni il re Cristianissimo, se davvero non vuol contesa col re Cattolico nelle cose del reame di Napoli, e se questi non gli fa ostacolo nelle cose di Lombardia.... e della nostra povera Genova. Ma per render possibile un tale accordo, bisognerebbe che persona amica, in cui re Luigi molto si fida, mettesse una buona parola.
—Gian Aloise?—domandò l’Almirante.
—Lo avete detto, messere;—rispose Bartolomeo Fiesco.—Ma questa forse è la via più lunga; la più breve, per noi, sarebbe quella delle Fiandre.
—Lontane!—osservò l’Adelantado.
—Eh, pur troppo; fin che gli sposi regali stanno laggiù, non regnano qui, e c’è poco da sperarne, anzi nulla. Ma io ho anche sentito dire che si dispongano a calare in Ispagna. Forse l’inverno così lungo, e non largo che di fortunali nel golfo di Biscaglia, è cagione del loro indugio a risolversi. Ma pensate, messeri, se Giovanna di Castiglia viene ad occupare il trono di sua madre, che novità potranno essere per tutti! Ella sola può sgravare la coscienza regale, senza mestieri d’una Giunta che par fatta a posta per guadagnar tempo al re d’Aragona, e che del resto, vagliando minutamente ogni atto della defunta regina, cercherà sempre di intenderne l’animo con tutte le restrizioni possibili. Per me, il miglior modo di sgravar la coscienza regale è quello d’intenderla nel suo senso più largo, rispettandone gli atti, mantenendone le promesse. E sarà questo per la nuova regina il miglior modo di onorar la memoria di sua madre, mostrandosi degna di lei.
—Questo dovrebbe essere;—notò l’Almirante.—Ma sarà?
—Dobbiamo sperarlo; dobbiamo esplorar l’animo della nuova regina, se è risoluta di occupare il suo regno. E chi più forte sull’animo suo della marchesa di Moya, che fu dama d’Isabella, ed ha conosciuto Giovanna bambina? Beatrice di Bovadilla, che sa tutto, può istruirla di tutto.