—Io, signore;—rispose il capitano Fiesco;—io che ebbi l’onore di parlarle, dopo il primo e dopo il secondo viaggio. Vorrà ricordarsene, spero, non essendo io l’ultimo degli uomini, e il nome dei conti di Lavagna potendo essere un buon passaporto al più umile della casata. Andrò dunque io, col mozzo Bonito, se egli vorrà accompagnarmi;—aggiunse egli sorridendo.—E glielo consiglio con tutta l’anima, poichè la più nobile creatura del nuovo Mondo avrà occasione di conoscere la sua più degna sorella del vecchio.—
Sorrise il mozzo Bonito, stringendosi con atto modesto al petto del suo dolce signore. Sorrideva anche il sole alla domestica scena, mandando un raggio più vivo nella povera stanza, che parve per un istante una reggia; e gli occhi dell’Almirante sfolgoravano di gioia.
—Voi recate la primavera con Voi, mozzo Bonito;—diss’egli.—Non ho mai visto così bello il sole, dacchè sono arrivato a Segovia. Iddio ha condotto qui il nostro amico; Iddio m’aveva bene ispirato a chiamarlo.
—Iddio ne assista sulla via di Siviglia;—conchiuse il capitano Fiesco.—La giornata è buona; ringraziamolo intanto di questa.—
Capitolo X.
“Soy Bovadilla„.
Siviglia, la bellissima Andalusa, è lontana da Segovia un buon tratto. Intercedono due catene di montagne, la Sierra di Guadarrama e la Sierra Morena; ma dall’una all’altra corre tutta la Nuova Castiglia, con le valli del Manzanare, del Tago e della Guadiana, con le città di Madrid, di Toledo, di Ciudad Real e Calatrava. Inoltre, varcata la Sierra Morena, non si può dire di essere a Siviglia, poichè c’è ancora da toccar Cordova, e da seguitare per molte miglia il corso del Guadalquivir, tortuoso fiume se altro fu mai. Viaggio lungo, adunque; assai lungo in quei tempi, che bisognava farlo a cavallo; più lungo per il capitano Fiesco, che aveva gran desiderio di far presto.
Per fortuna, ed aiutando alla fortuna la previdenza del cavaliere, egli aveva ritenuta con sè una parte degli uomini che lo avevano accompagnato da Barcellona a Segovia. I lunghi viaggi erano resi allora più difficili dalla poca sicurezza delle strade; onde, a cansare i cattivi incontri, bisognava andar bene accompagnati, ed armati di tutto punto. Non accadeva nulla; e si poteva anche dire “precauzioni inutili!„ a viaggio finito. Ma erano state appunto le precauzioni inutili, quelle che avevano tenuto lontano il pericolo. Ora il capitano Fiesco, che viaggiava volentieri da solo, non credeva di aver troppa compagnia con cinque uomini di scorta, compreso il frate scudiero, perchè conduceva con sè il mozzo Bonito, luce degli occhi suoi, come si diceva in Italia, anima dell’anima sua, come si diceva in Ispagna. E il capitano Fiesco, per non usar preferenze, diceva spesso e volentieri in un modo e nell’altro.