Beatrice di Bovadilla viveva ritirata presso le monache di Santa Chiara, dove già una volta, quattordici anni addietro, era andata a rinchiudersi, in un impeto di generoso sdegno per la guerra sleale che si faceva al promettitore d’un mondo. Viveva da gran signora, come avrebbe fatto in ognuna delle sue terre, ma contentandosi di poche stanze, per sè e per le sue donne di servizio; piccola noia dopo tutto, e mancanza di spazio nemmeno avvertita. La gran dama, quanto è più dama, ed ha più vasto il palazzo, più vive ristretta nel suo quartierino, nel suo salotto, nel suo oratorio, nella sua cameretta da lavoro, dov’ella pensa e sogna, assai più che non lavori d’ago o d’uncino.
Nè faccia maraviglia il ritorno della nobil signora al convento, per una dimora che pareva fissa oramai. Accadeva spesso a que’ tempi che donne d’alto casato si ritirassero ne’ conventi, per farvi a modo loro una vita monastica. Benemerenze antiche o nuove, legati, largizioni, protezioni costanti delle grandi famiglie a questa o a quella corporazione religiosa, rendevano ligio l’ordine ai suoi potenti patroni, e men severa la regola verso gli ospiti illustri, che cercavano nelle mura del chiostro la pace dell’anima, quella pace che il mondo non ha mai data a nessuno, e insieme colla pace vi guadagnavano la illusione d’esser fuori del secolo. Vedove, nubili, orfane d’insigne casato, vi riparavano come colombelle a rifugio, quali disfatto il nido, quali non fatto ancora, o disperando, o disdegnando di farlo.
Di là dentro la marchesa di Moya aveva sfidati i nemici dell’uomo che l’amor suo aveva preconizzato Almirante dell’Oceano; ed anche, con quell’esempio di costanza, aveva insegnato fermezza alla sua regale amica e signora, Isabella di Castiglia. Là dentro era tornata a rifugio, dopo la morte di don Giovanni Cabrera, marchese di Moya e gentiluomo di camera del re Ferdinando. Mal maritata al vecchio soldato, che in lei aveva veduto uno strumento alla sua ambizione di cortigiano, male adatta alla vita di corte, che sempre più, in processo di tempo, le era occasione di sdegno per tante ingiustizie, di nausea per tante viltà, la nobile Beatrice di Bovadilla aveva portate là dentro le sue tristezze, coll’amara voluttà di raccontarle a Dio, ascoltatore benigno, consolatore augusto d’ogni orgoglio ferito, d’ogni ambizione offesa, d’ogni amore deluso, che lascia intravvedere di là dal santuario, tra nuvole d’incenso e luccichio di candele, uno spiraglio del suo paradiso, gloria inaccessibile ai tristi, calma solenne, perdono ineffabile, bella vendetta sull’ingiustizia e sulla viltà della terra.
Il capitano Fiesco non ebbe più difficoltà d’entrare e di ottenere udienza, che non ne avesse incontrata quattordici anni prima don Alonzo Quintanilla. Anch’egli, il conte di Lavagna, e il suo mozzo Bonito, aspettavano di veder comparire la marchesa alla grata; ma anche per essi un uscio di fianco si aperse, e Beatrice di Bovadilla apparve nella sala. Bella ancora, quantunque presso a quei cinquanta, che più per le donne non si contano a primavere, ma disgraziatamente ad autunni! Qualche filo d’argento screziava i neri capelli, che le uscivano in lucide ciocche di sotto alla tocca di raso nero, orlata di trinette d’oro; ma per vedere l’argento bisognava cercarlo, e di cercarlo non poteva venire il desiderio in mente, tanto era fresca la carnagione e scevra di rughe, tanto nere le sopracciglia, tanto lucenti gli occhi nerissimi, tanto vermiglio il fior delle labbra. La volontà si scolpiva in quelle sopracciglia; la intelligenza lampeggiava in quegli occhi; la bontà sorrideva da quelle labbra fiorenti. Gran dama sempre, quasi regina, con la sua lunga veste di velluto operato, il cui color nero appariva gentilmente attenuato dal bianco della gorgieretta e dei polsini di tela di Fiandra, era tale da destar l’ammirazione divota di chiunque la vedesse, e da mettere in vena di sonetti il più misero e stentato tra i poeti d’allora. Il frate scudiero, a buon conto, avrebbe messo mano alle canzoni, di cui sempre aveva ingombro il cervello, e sfrombolata questa quartina per saggio:
Nobil donna in negra tocca,
In gramaglia vedovil,
Per un bacio di tua bocca
Daría ’l regno Boabdil.
Ma il frate scudiero, allora più scudiero che mai, non era entrato in convento; vegliava in istrada, aspettando gli ordini del suo grazioso signore. Beatrice di Bovadilla non ebbe dunque i suoi versi; ebbe per contro l’ammirazione dei due visitatori. Uno dei quali, essendo a lei noto, ottenne la stretta amichevole di una bella mano, che divotamente baciò; l’altro, in quella vece, la cui fine bellezza adolescente troppo contrastava con l’abito modesto del marinaio, ebbe un’occhiata curiosa, ed anche un po’ diffidente.
—Siamo in viaggio, signora;—disse il Fiesco, a cui non era sfuggito l’atto della marchesa di Moya;—e Vostra Mercede mi perdonerà, se non ho voluto rinunziare a questa fedel compagnia. Ho l’onore di presentarvi il mozzo Bonito, come si chiama ora in Ispagna, come si chiamò per alcuni mesi di viaggio, dalla Giamaica all’Europa. Son cose, queste, che ad una gentildonna pari vostra si possono confidare, soggiungendo che il mozzo Bonito.... è donna, e si chiama Juana contessa del Fiesco.
—Volevo ben dire!—esclamò la marchesa, avvicinandosi con molta ed affettuosa premura.—Mozzo Bonito, voi siete tanto bello, da non poter ingannare del vostro sesso la gente. Bisognerebbe esser ciechi! Ed io vi consiglio, signora contessa, di ripigliare la vostra veste di donna, od altrimenti di tingervi il viso e le mani.
—La prima cosa non si può fare, signora marchesa;—rispose il finto Bonito;—e mio marito ve ne direbbe le ragioni, se fosse d’alcun pregio il conoscerle. La seconda l’avrei fatta ben io, ma col dispiacere di restare alla porta del convento. Venire a Voi col viso tinto di carbone o di pece!... che cosa avreste detto di me?
—Niente, bel mozzo; ma capisco che avrei avuto il dispiacere di non potervi baciare, come ora farò, se permettete, donna Juana mia dolce. Non ho più grazia, essendo morta la mia gioventù; ma di bellezza m’intendo ancora, e so apprezzarla dov’è. Che bei fiori dà sempre l’Italia, il giardino d’Europa!