Allora Volumnio, duumviro romano.... Ma voi forse non sapete, o signori, che i Romani a quei tempi signoreggiavano la Grecia....
— Ohè, maestro! in qual conto ci tenete voi? — gridai io allora, punto sul vivo. — Sappiamo perfettamente che i Romani soggiogarono il vostro paese nell'anno 146 innanzi la fruttifera incarnazione, e che il console Mummio, impadronitosi di Corinto, le appiccò il fuoco, distruggendola così intieramente, con tutti i capilavori d'arte che l'arricchivano su tutte l'altre città del Peloponneso. Sappiamo altresì che in questo incendio le molte statue di svariati metalli si fusero per modo, che ne venne fuori il celebratissimo metallo di Corinto. Giulio Cesare, poi, risollevò la caduta all'antico splendore, facendola colonia romana, e ricorderete, su questo proposito, la leggenda: Laus Julia Corinthus, come io ricordo che la vostra città fu governata d'allora in poi da due cittadini romani, col nome di duumviri, i quali probabilmente si saranno divise le attribuzioni come da noi, ai tempi nostri, l'intendente, o governatore, ed il sindaco. —
Al compare non dispiacque punto quella mia raffica di erudizione; chè anzi l'accolse con un sorriso affettuoso, e accennando del capo ad ogni parola, come un maestro esaminatore contento del suo discepolo.
— Benissimo! — diss'egli, quando ebbi finito. — Io dunque avevo molta dimestichezza col duumviro Volumnio, bel giovane sui trentadue, ottimo soldato e gentil cavaliero. Egli sovente mi chiedeva della mia mestizia e non sapeva capacitarsene. Io avevo un bel dirgli le mie malinconiche pensate; gli era come se parlassi trace od armeno. Patrizio romano qual era, ed amante di tutte le lautezze del vivere, Volumnio non intendeva come si potesse rinunziare ai simposii, ai giuochi, alle belle figlie di Pelope, per altra cosa che non fosse il grave ufficio della milizia o della magistratura; ed era sua sentenza che neppur queste due cose dovessero escludere affatto i sollazzi della vita. E mi citava a questo proposito i suoi primi anni di tirocinio militare in Caledonia, dov'egli, facendo il debito suo, aveva potuto proseguire una ventura amorosa con la più bionda tra le compaesane di Fingal.
Ma tutti i più bei discorsi di Volumnio facevano mala prova sul tedio dell'anima mia. Laonde, veduto come io fossi proprio ammalato dello spirito, egli mi prese un giorno in disparte, e mi disse: — «Calisto, tra breve io partirò da Corinto, per tornarmene a Roma. Vientene a Roma con me. Io son certo che colà ti passerà dal capo la tristezza e la noia. Vientene a Roma. Sappi che Roma è l'Urbs, la città per eccellenza. Dappertutto, undique orbis terrarum, si vegeta come tanti cavoli! a Roma soltanto si vive.»
Queste facete esortazioni di Volumnio rispondevano troppo bene al desiderio che mi struggeva di novità, perchè io non cedessi. Raunai quel tanto che mi rimaneva delle mie larghe sostanze, e due mesi dopo, la nave di Volumnio, sulla quale io mi ero imbarcato, giungeva con vento propizio alla foce del Tevere.
L'animo mio non era presago dei mali che mi attendevano nella città dei sette colli. Mi pareva in quella vece di esser rinato, e il mio petto respirava con gioia le aure di quella Italia, che io salutai dalla prora con la lieta esclamazione di Acate, che è uno dei più felici passi dell'Eneide.
«O Volumnio, io dicevo, ti sian rese grazie per il tuo invito cortese. Qui mi sento felice, e penso che là, dietro a quei monti ove tu mi accenni esser Roma, io troverò la pace del cuore.»
E davvero credetti averla trovata, la pace del cuore, quando fui dentro a quella smisurata città, a quel brulichìo di gente d'ogni nazione, tributo del mondo alla potenza di quei fastosi cittadini che passavano per le ampie strade in lettiga, seguiti da un lungo stuolo di clienti e di schiavi. Era quello appunto per Roma un bel tempo, o, se non era, pareva. Alessandro Severo imperava con temperanza e saviezza, e i suoi miti costumi, se facevano desiderare una maggiore fortezza nel governo della cosa pubblica, consolavano tuttavia il popolo delle recenti memorie di Caracalla e di Eliogabalo.
Allora, per altro, io non avevo tempo nè modo di pensare a cotesto. L'amicizia di Volumnio mi aveva aperto le case di tutti i patrizii, ed io mi ero dato a vivere splendidamente, senza curarmi d'altro che di sempre nuovi piaceri, e senza darmi un pensiero al mondo di ciò che potesse maturarmi il futuro. I parassiti popolavano il mio triclinio; l'Asia mandava a Roma per me le sue bestie feroci e le sue donne incomparabili, e queste io provai feroci del pari, imperocchè, se quelle con le unghie laceravano le carni, queste levavano i pezzi a dirittura. Il mio scrigno sel seppe.