Mi vestiva, negli anni della beata giovinezza, una bianca clamide, con un bel pallio di porpora. I miei capegli erano ricciuti e profumati, e le vezzose fanciulle di Corinto si facevano rosse al mio apparire, siccome le ciliegie al sole di primavera.

Nei misteri di Eleusi, ove la santa Cerere chiamava ogni anno il fiore della greca gioventù alle sue orgie solenni, io ero sempre il primo e il più lodato, sia che toccassi la cetra lesbia, o che le mie dita errassero con sapiente magistero sul rozzo clavicembalo antico; e i grandi occhi azzurri delle figlie del Peloponneso seguirono sovente con amorosa cura la biga di Calisto sull'arena del Circo.

Ma io non amavo. I miei sensi soltanto si allegravano di giocondi sacrifizii all'ara di Guido; ma il mio cuore dormiva; nè valeva a commoverlo l'acceso volto di Erigone, o lo sguardo scintillante di Cerere, o la lusinghiera dolcezza di Venere. Il casto riserbo della vergine Diana avrebbe potuto infiammarlo; ma Diana era invisibile, nè ella, d'altra parte, anco se colta all'impensata, avrebbe perdonato agli sguardi profani. E ben lo seppe Atteone, che ella diede in pasto ai suoi veltri, perchè egli tra il fitto delle piante aveva potuto ammirare le ignude bellezze della dea. —

Fu questo l'esordio del nostro convitato, e i lettori argomenteranno di leggeri la maraviglia che ci colse, al vederci affondati nella mitologia pagana fino agli occhi. Altro che santa Cecilia! Qui eravamo in Grecia a dirittura, in mezzo a tutte le sue classiche e statuarie divinità, evocate da un povero pazzo, il quale parlava con l'accento della persuasione e, data una storta premessa, andava diritto a tutte le conseguenze, come il più savio ragionatore del mondo.

Alla metà di questo esordio, e appena veduto come il nostro narratore andasse a briglia sciolta, con gli sproni nei fianchi di un gigantesco anacronismo, noi cinque ci eravam ricambiato un malinconico sorriso. Egli non se ne addiede, e proseguì il suo racconto. Seduto in capo alla tavola, al lume di due candelabri, con la persona appoggiata alla spalliera della sedia e gli occhi in alto, egli aveva quasi dimenticato il suo uditorio d'increduli; ma gli increduli stavano ad ascoltarlo, e che volete? finirono anch'essi con salirgli in groppa e, cedendo al fascino del racconto, seguirlo nella sua pazza cavalcata pei tempi remoti.

A questo errore io mi penso aiutassero molto le frequenti libazioni, dalle quali era accompagnato l'ascoltare, e le ondate di fumo che ci uscivano tacitamente di bocca. Tito rinvoltava di continuo le sue cartoline spagnuole intorno alla foglia sminuzzata del latakiè, e mandava buffi profumati in mezzo a noi; Tiberino guardava in alto i rabeschi del soffitto; Battista, con una gamba a cavalcioni sull'altra, aveva ricominciato a contarsi i peli sulle guance; io stavo coi gomiti appuntellati sulla tovaglia e le palme raccolte sotto il mento, Fabrizio avea cavato fuori il suo albo da disegno e abbozzava sbadatamente figure di donna, coperte del peplo argivo; ma nessuno di noi, checchè facesse, perdeva una sillaba dello strano racconto.

— Rifinito dai piaceri, — proseguì il suonatore con la sua facile e poetica vena, — io mi ritraevo sovente da quei tripudii del senso, nè più mi allettavano i giuochi del Circo, l'oziar delle Terme, o il sorriso delle etère fra le libazioni del simposio. Forse l'animo mio correva con desiderio confuso ai tempi che non erano ancor nati? Non saprei dirvelo; ma il tedio di quella vita, tutta consacrata al culto della materia, mi aveva soverchiato. Pieno di sconforto io mi chiudevo nelle mie case, e mentre dal vano di un loggiato stavo guardando il sole morente, che illuminava ancora di un raggio obliquo il bel golfo di Crissa, il mio pensiero alato correva lontano, oltre i monti dell'Arcadia, in cerca di tal cosa che vedeva mancargli e non sapeva che fosse.

Così a me stesso mi feci inutile, agli altri molesto. Gli amici, che non mi vedevano più a novellar nelle Terme, nè a correre o a lottare nel Circo, mi davano del pazzo per lo capo. Glicera, la bella etèra che io avevo tante volte incoronata nei conviti con serti di rose, dopo avermi aspettato invano una decade (una decade era l'eternità per una donna di Corinto), fece buon viso alle ventimila dramme d'argento che da lunga pezza le profferiva, come dono votivo per rendersela benigna, il ricco Messàpo, e mi mandò, per mano della sua schiava, una corona di foglie d'elleboro, e una tavoletta con queste parole:

«A Calisto prega salute Glicera. Le foglie salutari, colte in Antìcira, risanino un cuore che dispregia le rose di Amatunta.»

Il rimprovero di Glicera non mi punse; nè mi dolse che quelle bianche braccia ministrassero le vivande e quelle labbra di corallo sorridessero al simposii di Messàpo. La mia mestizia cresceva a dismisura: e mi assaliva il fastidio d'ogni cosa che per lo innanzi mi fosse piaciuta.