— Ma.... — disse egli allora, già quasi vinto dalle nostre istanze — e il mio cembalo?...
— Il vostro cembalo portatelo prima a casa. E voi altri signorini della piazza, che state qui con le mani in tasca, aiutate questo brav'uomo a portare il suo cembalo. —
I dieci o dodici monelli che erano rimasti là intorno a vedere la scena, si guardarono un tratto fra loro; poi due o tre ci risero con molta impertinenza sul muso, diedero una volta sulle calcagna, come tanti soldati al comando del caporale, e scantonarono alla lesta. La più parte seguitarono il buon esempio, e non rimasero che due, dei più piccini, per aiutare il maestro a tirar la carretta, che noi seguivamo da lungi.
Così egli, dopo aver trascinato il suo arnese di viottolo in viottolo fino al suo umile albergo da due soldi al giorno, o, per meglio dire, da due soldi alla notte, se ne venne con noi in una delle più riposte sale di quella beata osteria di Sant'Elena, nel vicolo della Casana, dove ai tempi nostri abbiamo mandato giù tanti bicchieri e tanto meditato sulla fragilità dei troni della terra, in quella che il cuoco repubblicano c'imbandiva costolette di tiranni.
Stordito com'era dalla gioia e dallo stupore, il buon maestro mandava giù più lagrime che bocconi. Finì tuttavia col pigliare un po' di domestichezza con noi e ragionò anche molto assennatamente di musica con Tiberino, il quale ne fu molto ammirato.
Ma Fabrizio, che era il più curioso di noi cinque, ricordando il negozio di santa Cecilia, non istette molto a domandargliene. Il discorso si voltò allora su quell'argomento.
— Loro signori mi chiedono se io la conosca davvero, e se ella mi apparisce in sogno? Viva e palpitante mi appare ella; poichè, con tutto ciò che possono dirvi in contrario i malevoli, io sono il suo pensiero assiduo, l'unico argomento delle sue cure. — E preso di questa guisa lo andare, il nostro convitato ci raccontò la sua storia.
Noi si stette maravigliati a sentirlo, tanto egli parlava con scioltezza e con più eletta proprietà di parole che la sua apparenza non promettesse. Egli poteva essere paragonato ad una di quelle bottiglie, le quali si traggono dalla cantina coperte di polvere e di ragnatele, e tuttavia tengono in corpo il migliore.
III.
— Voi mi vedete in basso stato e così male in arnese, — cominciò a dire il maestro, — ora che ho dimenticato gli uomini e ogni altra cosa al mondo, per racchiudermi nella sconsolata solitudine del mio cuore. Ma io non indossavo un tempo questi luridi cenci, nè era così incolta la mia persona.